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lunedì 5 gennaio 2015

Terzo incontro: La nascita di Roma

Ciao a tutti Piccoli Lettori!
Come sempre inseriamo nel nostro blog le letture che abbiamo fatto insieme durante l'ultimo incontro (quello del 13 dicembre, vi ricordate?). Avevamo parlato della nascita dell'antica Roma, vista attraverso gli occhi del guerriero Enea, in fuga da Troia oramai distrutta dall'esercito greco, e dagli occhi dei due gemelli, Romolo e Remo, salvati dalla lupa lungo il fiume Tevere.
Ecco a voi i due brani!

Enea Racconta
Mi feci dunque animo e presi il comando di quanti, scampati alla guerra di Troia e all'inganno del cavallo di legno, ora si affidavano a me con tanta fiducia per fuggire; ed io sentivo il peso di una grossa responsabilità. Ci mettemmo subito in cammino e raggiungemmo le pendici del monte Ida, dove ci accampammo e dove cominciammo ad abbattere alberi per costruirci le navi con cui saremmo potuti fuggire dalla città oramai in fiamme. Riuscimmo ad allestire venti navi e prendemmo il largo lasciando per sempre la nostra amata terra con le lacrime agli occhi; vedevamo scomparire piano piano all'orizzonte i porti, le rive, i campi su cui si erigeva Troia. Eravamo consapevoli di essere in balia del mare, e che non avremmo saputo fino all'ultimo che cosa il Fato ci avrebbe riservato. In mare trascorremmo diversi mesi, sempre serenamente: quando riuscivamo ci avvicinavamo alla costa, attraccavamo e scendevamo a terra per procurarci cibo e acqua; poi subito ripartivamo. Un giorno giungemmo in una terra senza nome, non sapevamo nemmeno bene fossimo: sapevamo solo che avremmo trovato prima o poi un posto dove stabilirci definitivamente. O almeno così gli dei mi avevano detto in sogno: mia madre Venere mi era apparsa, bellissima, e mi aveva sussurrato all'orecchio che io e i troiani superstiti eravamo destinati a fondare una città potente e longeva lungo il letto di un fiume azzurro. E che lì la gente di Troia avrebbe avuto la rivincita sui greci che avevano distrutto la loro città. Sull'isola dove eravamo approdati stavamo bene: gli abitanti del villaggio limitrofo ci avevano accolti volentieri e intanto la nostra vita si organizzava, seppure lentamente: si celebravano matrimoni, si costruivano le famiglie, coltivavamo i nostri campi, tanto che credemmo che forse era proprio quell'isola bellissima la nostra meta. Ma un giorno un infausto segnale ci fece comprendere che non sarebbe stata quella la nostra casa: si diffuse nel nostro piccolo villaggio una terribile pestilenza e un sole caldissimo cominciava a far seccare i nostri campi. Per mesi non piovette e molti dei miei compagni si ammalavano, oltre a rischiare di morire di fame. Mio padre Anchise si convinse che forse avevamo compiuto qualche gesto inviso agli Dei e per quello ora ci stavano punendo. Decidemmo allora di lasciare la bella isola su cui avevamo vissuto felici per qualche tempo e salpammo alla volta di Delo, l’isola dove si trovava il tempio del Dio Apollo e dove il suo sacerdote dava ai pellegrini il responso del Dio alle loro domande. Egli ci disse che gli dei ci avevano punito perché avevamo creduto che l’isola dove ci eravamo stabiliti fosse la nostra meta, ma così non doveva essere. Noi dovevamo raggiungere una terra, che i greci chiamavano con il nome di Esperia, molto bella e florida, e che solo lì ci saremmo potuti stabilire. Appreso finalmente il nostro destino partimmo da Delo alla ricerca dell’Esperia, o come la chiamavano i suoi abitanti, l’Italia. Viaggiammo, viaggiammo e ancora per mesi viaggiammo fin quando non avvistammo finalmente terra: Nettuno aveva fatto spirare per noi vento favorevole e aveva mantenuto le acque calme. Avvistai per primo tra i boschi uno scintillante fiume: era il Tevere. Intorno alle rive e nelle selve del retroterra canti e voli di uccelli mi rallegravano l’animo, oltre che l’azzurro cielo. Ordinai a tutte le navi di virare e di entrare nel letto del fiume. Finalmente ebbi la bellissima sensazione di essere giunto, dopo mesi di fatiche e di incredibili peripezie, a casa nostra.

(Brano riadattato da L. Canali, Canali racconta l'Eneide, Einaudi scuola)

La leggenda dei due gemelli e la fondazione di Roma
Amulio e Numitore erano i due principi di Alba Longa, la mitica città che fu fondata da Enea quando giunse nel Lazio dopo la lunghissima guerra di Troia. Essi erano i due figli dell’anziano re, il quale governava sulla città perché diretto discendente di Ascanio, il figlio di Enea. Quando l’anziano padre morì, il governo della città passo ai due fratelli; ma solo uno dei due poteva essere re: ne nacque una guerra. Alla fine Amulio fu sconfitto e Numitore divenne re di Alba Longa. Ma chiamò a vivere con sé alla corte reale anche il fratello Amulio, in quanto principe e suo consigliere. Tuttavia Amulio era ancora indispettito dalla sconfitta e dentro di sé covava forte rancore nei confronti del fratello. Così Amulio fece di nuovo guerra a Numitore e questa volta riuscì ad impossessarsi del trono di Alba Longa. Per paura che Numitore o i suoi eredi potessero un giorno rivendicare legittimamente il regno, obbligò la figlia di Numitore a divenire vestale, cioè una sacerdotessa della dea Vesta. Le vestali, secondo l’antica religione di Alba Longa non potevano sposarsi e quindi Amulio fu tranquillo che non sarebbe nato da lei nessun erede pronto a usurparlo.
Tuttavia accadde che Marte, il potentissimo dio della guerra si innamorò di Rea Silvia, la figlia di Numitore. I due innamorati si sposarono segretamente ed ebbero due figli, due gemelli, ai quali diede i nomi di Romolo e Remo. Scoperto il tradimento, Amulio infuriato ordinò che i neonati fossero subito uccisi. La guardia incaricata di portare via i due gemelli però non ebbe il coraggio di commettere un simile delitto, mise di nascosto i piccoli in una cesta e li affidò alla corrente del Tevere nella speranza che qualcuno li trovasse e si prendesse cura di loro. Lo stesso giorno, una lupa che era scesa al fiume per abbeverarsi nei pressi del Colle Palatino udì il vagito dei bimbi. Li portò a riva, li riscaldò e li sfamò con il suo latte. Dopo poco passò in quel luogo anche il pastore Faustolo che senza esitare prese i due piccoli gemelli e li portò a casa da sua moglie, la quale li crebbe come fossero figli suoi. .I due bambini crescevano forti e intelligenti: aiutavano la madre nelle faccende di casa e seguivano il padre nel lavoro dei campi. Tutto il villaggi li conosceva per la loro bravura e saggezza, tanto che i cittadini li elessero capi fidati del villaggio. Ma quello non era il destino di Romolo e Remo: erano i figli del Dio Marte e della Vestale Rea Silvia, discendente diretta del mitico Enea. Quando furono adulti, infatti, Faustolo svelò ai due gemelli il mistero della Loro origine: erano destinati a diventare i re di Alba longa! I due ragazzi si fecero forza e decisero di aiutare il Nonno Numitore a tornare a governare su Alba Longa: insieme riuscirono a usurpare Amulio e a ristabilire il vero re.

Romolo e Remo, intanto, decisero di fondare sul colle Palatino una nuova città. La fondazione di una nuova città aveva inizio con un rito che consisteva nel tracciare con l’aratro un solco quadrato, che doveva rappresentare il perimetro della futura città. Romolo e Remo, secondo la tradizione, consultarono il volo degli uccelli per sapere quale dei due, per volontà degli dei, dovesse compiere la cerimonia: Remo vide per primo sei avvoltoi solcare il cielo, ma Romolo ne vide ben dodici: tutti furono allora d’accordo che toccasse a Romolo tracciare il solco e dare il nome alla nuova città. Remo, però, livido di gelosia, osservava il fratello compire il rito di fondazione;ne era troppo invidioso che compì un atto fatale: oltrepassò il solco sacro che Romolo aveva appena tracciato, compiendo un gesto sacrilego, cioè contro la volontà degli dei. Saltando all'interno del quadrato tracciato nel terreno Remo esclamò verso il fratello: «Sono facili da espugnare, fratello, le mura della tua città!». Romolo, accecato dall'ira verso Remo che aveva compiuto un gesto contro le divinità, sfoderò la spada cacciò via il fratello. Rimase così unico re della nuova città, cui diede il nome di Roma. Secondo la tradizione, era il 21 aprile del 753 a.C.

domenica 30 novembre 2014

II Incontro: Attività - Scrivi un Racconto

Dopo la lettura di due brani tratti dall'Iliade e dall'Odissea, le storie della battaglia di Ilio (o Trova) e del viaggio di ritorno a casa di Odisseo (o Ulisse), i bambini erano invitati a produrre un racconto di loro fantasia che spiegasse cosa è successo agli altri eroi greci durante il loro ritorno a casa alla fine della decennale guerra. Il gruppo dei Titani (gruppo Giallo) ha scritto quattro piccoli racconti

Il ritorno di Aiace
Aiace era uno dei guerrieri che aveva partecipato alla guerra fra troiani e greci. Dopo ben dieci anni di guerra, sconfitti i troiani, Aiace salì finalmente sulla propria nave per fare ritorno a casa. Ma anche lui, come Ulisse, ci impiegò altri dieci anni. Achille, un altro guerriero greco, era suo amico, ma purtroppo morì nella guerra. Salito sulla sua nave, quindi, durante il viaggio di ritorno si addormentò profondamente; la nave venne trasportata dalla corrente non si sa dove e ad un certo punto si arene sula spiaggia di un'isoletta straniera dove si parlava una lingua chiamata cimcimp. Quando Aiace si svegliò non riuscì a capire dove si trovasse e guardando sulla sua mappa si rese conto che l'isola su cui era capitato non esisteva sulla mappa. Allora cominciò a pregare talmente tanto che un Dio chiamato Zeus scese dal cielo e gli indicò la via di casa. Alla fine Aiace riuscì finalmente a tornare a casa dove ritrovò sua moglie e i suoi figli, che felici lo abbracciarono. E vissero da allora felici e contenti.

Il viaggio di Diomede
Diomede salì sulla sua nave per ritornare a casa. Durante la navigazione vide in lontananza un enorme roccia su cui erano sedute delle sirene, impegnate nel loro bellissimo e dolcissimo canto. Diomede, seguendo le istruzioni di Ulisse, lo legò all'albero maestro della nave facendo in modo che le funi fossero strette a sufficienza. Però Diomede fu attirato dal canto delle sirene; così cadde dalla nave, proprio come era stato previsto dalle sirene stesse. Ulisse invece riuscì a rimane a bordo perché era stato ben legato all'albero dall'amico Diomede. Una volta scampato il pericolo delle sirene, infatti, prese la spada e tagliò le funi per liberarsi e riprendere il proprio viaggio.

Il ritorno di Menelao
C'era una volta un guerriero che si chiamava Menelao, ed era il più forte guerriero di tutta la Grecia. Terminata la guerra di Trova si imbarcò sulla sua nave per fare ritorno a casa, ma ci impiegò ben sei anni. Questo accadde perché durante il viaggio di ritorno si imbatte in una nave guidata da un guerriero troiano che lo riconobbe e tra i due scoppiò un'altra piccola guerra. Menelao riconobbe il troiano perché in passato durante la guerra lo aveva ingannato, ma ancora oggi non sappiamo il motivo dell'inganno.

Il viaggio di Enea e dei suoi guerrieri
Dopo la sconfitta di Trova, Enea e i suoi guerrieri decisero di salire su una nave e di dirigersi verso la Grecia. Durante il viaggio, però, il ma se divenne talmente burrascoso che la nave si rovesciò e tutti i guerrieri tranne Enea caddero in acqua e affogarono. Risalito sulla nave, Enea si dirige verso un'isola che vedeva all'orizzonte, ma nel tragitto il mare ancora in tempesta fa sbattere la nave contro gli scogli; rimasto a nuoto Enea raggiunse la spiaggia e rimase solo. Per fortuna arrivarono presto i rinforzi e un'altra nave di guerrieri lo soccorse. navigarono insieme per cinque giorni diretti verso casa, ma vi fu una nuova tempesta e le onde erano così alte che rovesciarono ancora la nave. Enea riuscì a salvarsi nuotando fino all'isola di Creta. Lì incontrò sua moglie che lo stava aspettando, ma dopo averlo salutato gli disse che loro figlio era partito per Andalo a cercare e non era ancora tornata; era disperata. Allora Enea e la moglie preparino il Dio Zeus che discese dal cielo e disse loro che il figlio si trovava proprio a Trova. Così Enea aiutato dal Dio raggiunse il figlio e insieme ritornarono a casa felici.