Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconto. Mostra tutti i post

domenica 1 marzo 2015

Incontro VIII - Mitologia delle civiltà precolombiane



Siamo nell’America centrale, all’interno di un grande territorio che comprende l’intero Guatemala, una parte del Salvador occidentale, parte dell’Hondura e gli stati messicani dello Yucatan, del Campehe, di Chiapas, di tabasco. Qui sono vissuti i Maya e qui nei monumentali resti, il più delle volte celati dall foreste, è possibile rivivere la loro storia. La civiltà Maya, giunta la popolazione in queste terre già nel terzo millennio a.C., si sviluppa nei secoli e vive il suo massimo splendore tra il 300 e il 900 d.C., proprio mentre l’Europa attraversa i cosiddetti secoli bui del medioevo. Dopo la conquista da parte di un popolo straniero, i maya riescono a recuperare la propria indipendenza, ma in tribù divise: I Quiché e i Cakchiquel, poco prima che i conquistadores europei facciano la loro comparsa in quei territori.
I maya avevano elaborato il Popul Vhul, un testo per lungo tempo tramandato oralmente, poi trascritto, che racconta le origini del loro popolo e più ingenerale l’origine del mondo. L’opera è assai complessa e viene ancora oggi tramandata di generazione in generazione. La trascrizione si deve ad un saggio quiché che utilizzò la sua lingua, servendosi tuttavia dei caratteri latini. Oltre ai maya, anche altri gruppi sociali, che avevano messo a punto sistemi di relazione meno complessi, popolavano il centro e il Sud America: sono quelli che vivevano e vivono tuttora nella foresta amazzonica, nella cordigliera delle Ande, nella Terra del Fuoco.

Il mito maya della creazione del mondo e dell'uomo
In  un antico popolo  che vive  nell'America centrale discendente dagli antichi Maya, si narra che all'alba del tempo tutto era immobile e silenzioso, la distesa  del cielo era vuota: non c'era ancora nessuno. Non c'era niente, niente che stesse in piedi. Esisteva solo il cielo e il mare calmo. Nell'acqua, circondati dal chiarore e nascosti sotto piume verdi e azzurre, c'erano il Creatore, che si chiamava Tepeu, il Formatore, Gucumatz  e i Progenitori. Questi dei una notte si riunirono, parlarono e decisero che quando fosse spuntata l'alba avrebbero cominciato la creazione del mondo. Decisero cioè di formare il mondo, di far nascere la vita, di far crescere alberi e cespugli e infine di dar vita all'uomo. Questo venne deciso dagli dei nelle tenebre della notte. “Facciamo così, dissero, riempiamo il vuoto, ritiriamo quest'acqua e facciamo sorgere  la terra! E ora si faccia chiaro, l'alba illumini il cielo e la terra!”. 
“Terra!” Dissero gli dei e in un attimo la terra fu fatta. Solamente per un prodigio, per arte magica, si compì la formazione delle montagne e  delle valli e in un attimo, dalla superficie della terra, scaturirono insieme boschi di cipressi e di pini. Quando apparvero le alte montagne, le acque si divisero e i ruscelli cominciarono a scorrere liberamente fra le colline. Fatto questo, gli dei crearono gli animali piccoli della foresta, i leoni, le tigri, i serpenti. Poi vennero creati i cervi e gli uccelli. “Voi cervi starete fra le erbe, camminerete su quattro piedi e dormirete nelle pianure lungo i  fiumi”, ordinarono gli dei. Agli uccelli dissero: “Voi uccelli abiterete sugli alberi e sui cespugli, lì farete i vostri nidi e vi muoverete”. Compiuta la creazione di tutti i quadrupedi e di tutti gli uccelli gli dei dissero loro: “Parlate, adesso, gridate, chiamate! Dite i nostri nomi, lodateci, invocateci!”. Ma gli dei non riuscirono a ottenere che gli animali parlassero e che li ringraziassero per averli creati: strillavano, invece, ruggivano, gracchiavano, fischiavano, muggivano, ciascuno con il loro linguaggio che era incomprensibile. Quando gli dei videro che non era possibile farli parlare tornarono dagli animali e dissero loro: “Visto che non siamo riusciti a farvi parlare, vi cambieremo il vostro cibo, il vostro pascolo, la vostra casa e i vostri nidi saranno i boschi e le montagne. Non ci avete adorati né ci avete invocati, perciò le vostre carni serviranno da cibo a altri animali. Creeremo altri esseri che ci ubbidiranno e ci adoreranno”.
“È vicino il tempo della luce, dobbiamo dare vita a qualcuno che sappia pronunciare il nostro nome” dissero Hurkam, Cuore del Cielo, e il dio Tepeu Gucumatz. Con acqua e argilla modellarono gli uomini, ma questi erano molli e informi, con la testa ciondolante e privi di forze nelle braccia e nelle gambe; parlavano, sì, ma non pensavano e soprattutto non sapevano invocare gli dei. Subito allora li sciolsero nelle acque del mare e cercarono una soluzione migliore. Si rivolsero a Ixpiyacoc, il dio sole opossum, e a Ixmucane, il dio sole coyote che così si pronunciarono: “è bene che gli uomini siano intagliati nel legno, più forte e resistente dell’argilla”. Così fu fatto, e gli uomini di legno popolarono il mondo, riproducendosi, ma nemmeno loro seppero pronunciare il nome degli dei, perchè anche loro parlavano ma non pensavano, avevano il corpo, ma non avevano né sangue né cuore. Huraca, Cuore del Cielo, fece allora sollevare le acque che inondarono la terra su cui gli uomini vivevano. Il cielo si oscurò, piovve a lungo e tutti gli esseri umani morirono. Allora la volpe, il coyote, il pappagallo e il corvo condussero gli dei a Pan Paxil, il paese più ricco della terra, dove crescevano il mais giallo e il mais bianco. Tapeu Gucumatz modellò così quattro uomini nuovi con il mais e con il mais fece la loro carne e il loro sangue; Ixumane preparò pozioni magiche e le mescolò al mais per aumentare la forza dei muscoli delle loro braccia e delle loro gambe. Belli e ben fatti, ora gli uomini parlavano e pensavano, vedevano e udivano non solo ciò che era vicino, ma anche tutto ciò che era lontano sulla terra, nel cielo e nelle acque e con queste parole si rivolsero agli dei: “Lode agli dei che ci hanno dato occhi per vedere tutto, orecchie per ubire, bocca per parlare!”.

Incontro VI: Mitologia Norrena - Le divinità femminili



Le principali divinità femminili del pantheon norreno
Fra le principali dee norrene, troviamo Frigg, Sif, Freyja e Eir. Sono divinità femminili che tutelano ambiti particolari e molto importanti della vita degli uomini (e delle donne) scandinavi e, soprattutto, non vengono considerate inferiori rispetto alle controparti maschili.

v  Frigg

Una delle più rilevanti divinità nella mitologia norrena, celeste sposa di Odino, Frigg è anche chiamata "signora del cielo" o "signora degli dèi", appellativo degno della compagna del più importante degli Asi. Si dice che sia la più “saggia fra le dee” e che abbia il potere della chiaroveggenza. Condivide con Odino il seggio di Hlindskialf, e può, da lì, vedere tutto l'universo.
Frigg è la protettrice delle spose e delle nascite, ma anche delle veggenti e delle vedove e delle madri che perdevano un figlio. La pianta Caglio zolfino (Galium verum), usata dagli scandinavi come un calmante, veniva chiamato erba di Frigg.
Il venerdì era anticamente il giorno consacrato sia alla dea Frigg sia alla celebrazione dei matrimoni e all'unione feconda della coppia di sposi. Uno dei compiti peculiari della divinità consisteva nell'assistere le coppie, aiutando le donne sterili e quelle ancora aliene agli atti di amore.
Frigg viene raffigurata su di un carro trainato da due gatti e il simbolo a lei legato è un mazzo di chiavi, che simboleggia il dominio sulla casa e sulle verità nascoste. Avvolta in un mantello di penne di falco che le permetteva di volare nel cielo, accompagnava Odino in guerra.

v  Freyja

Freyja è probabilmente la più nota e più amata delle dee nordiche oggi. Dapprima della stirpe dei Vanir, ma dopo la pace che concluse il conflitto fra le due stirpi divine, venne mandata dagli Æsir come ostaggio e sposò uno di loro. È figlia di Njörðr e di Skaði, sorella di Freyr e moglie di Óðr (che la abbandona spesso per intraprendere lunghi viaggi, cosa che la tormenta).
Famosa per la sua proverbiale avvenenza, è la dea dell'amore, della bellezza e della fertilità, ma anche della guerra e della magia.
Ella infatti ama i canti d'amore e incita gli innamorati ad invocarla, ma cavalca nei campi di battaglia ed ha diritto alla metà dei caduti che guiderà in battaglia durante il Ragnarök (l'altra metà spetta ad Odino).

v  Eir

Eir (che significa "vita" o "speranza" in norreno) era tra le file delle valchirie per la sua abilità di "scegliere i morti" dal campo di battaglia e di risvegliarli. Conosceva tutti i segreti della vita e sapeva come sfruttare tutte le erbe officinali presenti nel mondo – conoscenza che non mancava di trasmettere alle donne che invocavano il suo aiuto; era addirittura capace di resuscitare i morti.
Era buona amica di Frigg e spesso l'accompagnava nei suoi spostamenti, consigliandola o aiutandola. E' la patrona di tutti coloro che lavorano nel campo della guarigione, e aiuta le donne che scelgono di imparare gli incantesimi di vita. In Scandinavia, per questo, solo le donne potevano intraprendere la via della medicina e apprendere l'arte della guarigione.
Aveva i capelli rossi come il fuoco e occhi celesti come l'acqua, si narra che vivesse in un'isola con i suoi due fedeli guardiani Elladan e Elòir, una tigre e un leone bianco.

     Sif

Sif, nella mitologia norrena, è una dea appartenente alla schiera degli Æsir e moglie di Thor. È madre di Þrúðr e Móði, avuti da Thor.
Aveva poteri legati alla natura poiché era nata a Vanaheim (poteva controllare l'acqua, come suo padre), ma era anche una dea molto abile nella lotta che sapeva usare qualsiasi tipo di arma le fosse data. Viaggiava su un carro d'argento regalatole da Thor.
Sif aveva i capelli d'oro, che crescevano come se fossero naturali. Il mito racconta che Loki le avesse giocato uno scherzo e le avesse tagliato i capelli, ma Thor talmente arrabbiato costrinse Loki a restuirle una chioma ancora più lucente. Fu così che Loki se ne fece creare un'altra dai nani degli Invaldi e la donò a Sif.



domenica 25 gennaio 2015

Quarto incontro: mitologia Celtica - Chi trova un Leprechaun trova un tesoro (Racconto)


Thory era orfano di padre e di madre e lavorava nelle miniere di Foggy Hill. A lui toccava trasportare il carbone fino ai carri che sostavano fuori dal recinto. Così, con una vecchia carrettina sgangherata, andava tutto il giorno avanti e indietro, sotto il sole o sotto la pioggia, con il caldo o con il freddo, con la schiena piegata, le gambe stanche, le braccia a pezzi. Aveva iniziato quel lavoro da bambino e ora che aveva quindici anni, già non ne poteva più. Pensava che non avrebbe retto a lungo e i suoi compagni di lavoro non gli davano torto perchè Thory era diverso da tutti loro e possedeva qualcosa di speciale. Il suo aspetto era elegante nonostante indossasse vecchi cenci logori e il suo portamento era signorile nonostante le spalle incurvate per la fatica. Sapeva appena leggere e scrivere, ma spendeva tutta la sua misera paga in libri. Ne leggeva in gran quantità, di ogni tipo. Tutte le sere, chiuso nel suo tugurio si stendeva sul pagliericcio e leggeva a lume di candela. Leggendo leggendo, Thory acquisì un mucchio di conoscenze in ogni campo. Si interessò soprattutto di fate e folletti e queste creature divennero suoi migliori amici. Di giorno ne parlava ai suoi colleghi e di sera si rivolgeva a loro in colloqui immaginari. Era affascinato in particolare dai Leprecauni che i suoi libri descrivevano come omini piccoli piccoli che abitavano in casupole nelle radici degli alberi e facevano i ciabattini, anche se fabbricavano solo scarpe sinistre, mentre al piede destro indossavano solo una calza rossa. I Leprecauni erano molto ricchi, ognuno di loro possedeva, nascosta chissà dove, una pentola piena di schegge d’oro. Thory pensò che anche solo qualche scheggia d’oro sarebbe stata sufficiente a comprare una casa, un podere e qualche mucca e a toglierlo così per sempre dalla miseria e dalla miniera. Ma come trovarle, senza un Leprecauno disposto a indicargli il nascondiglio segreto della pentola? Allora si fece prestare una lente d’ingrandimento e adottò un segugio che aveva perso il suo padrone e Iniziò così a perlustrare tutte le foreste della zona centimetro per centimetro. Ogni albero era ispezionato con attenzione, mentre il cane si occupava delle radici, Thory controllava con la lente tutte le fessure della corteccia. Ogni macchia rossa nel sottobosco gli sembrava un cappello e a ogni piccolo rumore credeva di essere vicino alla botteguccia del ciabattino. Nonostante tutti questi sforzi, Thory non trovò niente. Cominciò allora ad uscire nei boschi anche di notte sperando di incontrare i folletti usciti per danzare al chiaro di luna, ma non servì a nulla. Povero Thory! I compagni di miniera pensarono che fosse uscito fuori di senno e lui stesso non trovava più pace. Ma ecco che un giorno, quando meno se l’aspettava, accadde l’incredibile. Come sempre era intento a trasportare la sua carriola avanti e indietro ed era così stanco che camminava come una lumaca e davanti agli occhi aveva sempre i suoi leprecauni e per questo inciampava e sbandava e non ascoltava neanche le voci di chi gli diceva di fare attenzione. A un tratto, tra gli schiamazzi generali, udì una vocina flebile flebile che diceva:- quando ti degnerai di darmi retta? Non ne posso più di tutto questo carbone, finirò per rovinarmi i polmoni e morire in questa carriola se non ti giri! E quando infine si voltò, vide un omino tutto nero di carbone agitarsi nella carriola e stentò a riconoscerlo:- Ma tu chi sei? – Chi sono io? Non ti sono serviti proprio a niente tutti quei libri che hai letto! Mi hai cercato dappertutto e ora che ti sto davanti non mi riconosci? Thory non credeva alle proprie orecchie e per l’emozione gli si attorcigliava la lingua e le parole gli si strozzavano in gola. _ Sì mio caro, sono un Leprecauno e ti cerco da almeno qualche secolo. Le nostre tris-tristrisavole erano sorelle e noi siamo cugini di non so più quale grado! Questo era davvero troppo! Parente di un Leprecauno? Possibile mai? Con mano tremante Thory raccolse l’omino e lasciò la miniera in pieno giorno. Quella faccenda era troppo strana, voleva vederci chiaro. I compagni, osservandolo andar via bianco come un cencio e con in mano un mucchietto di carbone pensarono che fosse ammattito del tutto! E invece… arrivato al tugurio di Thory il Leprecauno si ripulì, si sfamò con un po’ di latte e raccontò al cugino la sua vita e le parentele che li univano. Il folletto si commosse nel vedere in quale miseria vivesse il cugino e senza aspettare che questi parlasse del tesoro , gli disse:- Come sai, ogni Leprecauno possiede un gruzzolo di monete d’oro che gli viene donato poco per volta, di anno in anno, nella notte di Ognissanti. Poiché nelle tue vene scorre sangue fatato, anche tu hai diritto alla tua porzione di oro magico. Quest’anno verrai con me alla radura fatata e ti prenderai ciò che ti spetta. Anche se mancavano solo pochi giorni, a Thory quella notte sembrava non arrivare mai, poi finalmente, la sera della vigilia, il Leprecauno lo condusse nel folto della foresta, nei pressi di un laghetto che si apriva dietro un enorme cespuglio reso ancora più grande dalle tenebre della notte. Era un luogo meraviglioso che Thory, pur conoscendo il bosco come le sue tasche, non aveva mai visto prima. I raggi di luna danzavano sullo splendido specchio d’acqua facendo mille figure con i riflessi argentati, gli uccellini della foresta, assiepati sui rami degli alberi, facevano da musicisti coi loro canti e gli animali convenuti sulla riva si gustavano estasiati le danze. Alla prima pausa, il Leprecauno e Thory fecero tre inchini, avanzarono di tre passi e si chinarono per tre volte a raccogliere nel palmo della mano un po’ d’acqua per lavarsi il viso. Era il rito della purificazione necessario per accedere alla radura incantata la notte successiva. Fatti altri tre inchini, i due si ritirarono e Thory fu sorpreso di vedere dietro di loro una lunga fila di leprecauni in attesa di purificarsi. L’indomani, verso il tramonto, Thory e il folletto attraversarono la strada principale del paese, giunsero alla piazza, presero a destra, a sinistra e poi ancora a destra mentre la strada si faceva sempre più ripida. Alla quarta curva arrivarono a un abbeveratoio che Thory non ricordava di aver mai visto. Bevvero tre sorsi d’acqua e ripresero il cammino, ma da quel punto in poi, Thory proseguì come un sonnambulo dietro le orme del folletto, finchè giunsero a una radura. Qui gli occhi del giovane tornarono ad a aprirsi. Era notte, ma il paesaggio era illuminato a giorno da una luna splendente. Erano circondati da pioppi alti e fruscianti e nel mezzo sorgeva un gigantesco biancospino dai fiori candidi e rilucenti. Il loro profumo attrasse come per magia i due visitatori ai piedi del cespuglio che, chinato un ramo, li accolse nei petali di due corolle. Thory si ritrovò così nel fortino dei leprecauni fatto di tante stanze, tutte splendenti d’oro. Il folletto lo guido al camerino dove c’era il tesoro che lo aspettava da secoli: tre monete d’oro lucenti e grandi come una padella. Thory si chinò per raccogliere il primo pezzo d’oro e quando lo accostò al sacchetto, la moneta si trasformò in una meravigliosa cascata d’oro e lo stesso accadde con le altre due: piovvero così tante schegge d’oro che la saccoccia di Thory dovette dividersi magicamente in almeno altri venti sacchetti e altrettanto magicamente il giovedì riuscì a caricarsi tutto quell’oro e a portarlo fuori. Appena usciti dal biancospino il folletto disse addio al cugino. Doveva rientrare alla sua casina entro mezzanotte per depositare la sua parte d’oro e la strada era lunga e aveva solo pochi minuti, così sparì all’improvviso e Thory si ritrovò solo e spaesato. Eppure, lasciò che i piedi andassero da soli, imbroccò la strada giusta e giunse sano e salvo al suo tugurio che quasi non conteneva tutto quell’oro. Da quel giorno Thory divenne un uomo ricco e stimato e in paese tutti impararono il valore inestimabile della cultura e quanto i libri possano arricchire la vita di un uomo.

Quarto incontro: Mitologia Celtica - Dei e creature magiche del Tir Na Nog

Chi sono le divinità irlandesi?

Nelle tradizioni irlandesi, i Túatha Dé Danann («popolo della dea Danu» o «dio la cui madre è Danu») furono il quinto dei sei popoli preistorici che invasero e colonizzarono l’Irlanda prima dei Gaeli. Si ritiene che essi vadano identificati – in tutto o in parte – con gli dèi adorati dagli stessi Gaeli. Ma chi sono questi dèi/uomini di cui parlano le leggende e quali sono i loro numi tutelari?


Dagda : è una divinità della guerra, conosciuto anche come Eochaid “colui che combatte con il tasso” o Ollathair “padre potente”. Era detto il Dio Buono, perchè era lui ad esaudire la maggior parte delle preghiere, dominava il tempo e si assicurava che i campi fossero fertili. Possiede un’arpa magica, capace di suscitare molteplici emozioni, ma la sua arma è una clava che ha il potere di riportare alla vita (secondo alcune leggende è il possessore del calderone della resurrezione).


Nuada : era il primo re dei Tuatha De Danann. Era chiamato
anche Airgetlám “mano o braccio d’argento” perchè perse l'arto nella prima battaglia di Magh Tuiredh. Bisogna ricordare che la spada di Nuada è uno dei quattro tesori dei Tuatha.

Lugh : indicato anche come Lugh “figlio del Sole” o “il luminoso”, Lewy “dalla lunga mano (Làmfata)” o Lugu, è protettore dei mercanti e dei viaggiatori. E' la divinità solare per eccellenza. Padroneggia tutte le arti, e
diviene Re dei Tuatha De Danann dopo la seconda battaglia di Magh Tuiredh. E’ possessore del secondo dei quattro tesori, la lancia Slèabua che dona l’invincibilità; viene raffigurato biondo e senza barba, con la lancia in mano. La leggenda vuole che sia il padre del famoso eroe irlandese CuChulainn. A Lugh è dedicata la festa celtica di Lughnasad.

Ogma : o Ogmios è il Dio della forza e della battaglia, ma anche della scrittura. Dal suo nome, infatti, deriva l’antica scrittura Ogam, conosciuta solamente dalla casta sacerdotale e considerata uno dei Misteri della religione celtico irlandese. Ogma è anche colui che tramite la scrittura pratica la magia, incantando un oggetto. La sua figura è legata all’Aldilà, il dio è colui che conduce le anime nel mondo dei morti. Spesso è associato a Lugh e viene considerato la sua parte oscura.

Manannan : o Mac Lir è il Dio del mare e di ogni vento; era presente nei culti precedenti all’avvento dei Tuatha, tuttavia lo si considera all'interno di questo pantheon. Manannan, conosciuto anche come Orbsen od Oirbsen, è il protettore di ogni isola sacra. Si dice che regni sovrano nel Tir na Nog. Il suo nome deriva dall’Isola di Man, mentre Mac Lir significa semplicemente “figlio del Mare”.


Brigit : è la dea protettrice dei druidi, dei guerrieri, degli artigiani, dei poeti e dei guaritori. Aveva come epiteti Belisama “colei che brilla molto”, Brigantia “l’altissima” e Bricta “brillante”. Dopo la cristianizzazione dell’Irlanda, Brigit divenne “Santa Brigida” nutrice di Gesù. Infatti la notte tra l’1 e 2 febbraio, originariamente la festa di Imbolc, è ora dedicata alla santa.



Morrigan : è la Dea Irlandese della morte e della battaglia. Padrona della metamorfosi, ama cambiare forma quando gli eventi lo richiedono: appare spesso come un corvo sui campi di battaglia, e nella saga di CuChulainn, appare all’eroe diverse volte in svariate forme. Secondo la leggenda veste di rosso, come rossi sono i suoi capelli, poiché il rosso è il colore dell’Aldilà. È possibile vederla mentre guida il suo carro, trainato da un cavallo fantasma. Molti pensano che la dea Morrigan sia uno degli aspetti di Danu stessa.


Danu : o Dana in Irlandese moderno, è la madre dei Tuatha de Danann (che significa
appunto “genti della dea Danu”). La sua figura è presente in quasi tutte le tradizioni celtiche, protettrice delle madri e delle partorienti, simboleggia la Terra e la natura incontaminata.


Che cos'è il Tir na Nog?
Il Tir na Nog (la terra dell’eterna giovinezza) è uno degli altri mondi della mitologia celtica. Qui risiedono i Tuatha de Danann e il cosidetto “piccolo popolo”, composto da fate, folletti, gnomi e altre creature. Il Tir na Nog è un’isola lontana, che a volte appare tra le nebbie, altre volte è raggiungibile attraverso lunghi viaggi; talvolta sono gli elfi o le fate ad invitarvi gli umani. Qui la morte e la malattia non possono giungere, in questo mondo esistono solo le cose piacevoli della vita. In numerosi racconti ( come in quello di Finn) l’eroe che visita queste terre si trova talmente affascinato dalla bellezza della vita che per qualche tempo vi rimane per un paio di giorni. Tornato in patria, puntualmente, scopre di aver trascorso lontano da casa lunghissimi periodi di tempo (nel ciclo arturiano Morgana visita questo mondo e vi rimane intrappolata per dieci anni, anche se a lei paiono pochi giorni). 


Le Creature Magiche di Irlanda


Il Leprechaun
Il nome bizzarro deriva dal gaelico “leath bhrogan” che significa “calzolaio”. Il nostro minuscolo ometto, infatti, è l’unico in tutto il popolo dei folletti ad avere un’attività: il leprechaun s’industria al suo deschetto per fabbricare le scarpe che i suoi colleghi folletti consumano a furia di gighe sfrenate; forse è per questo che, un po’ frustrato dalla sua situazione lavorativa, lo si trova quasi sempre vagamente alticcio. Il leprechaun è anche il guardiano di favolosi tesori, di solito monete d’oro custodite in un pentolone situato alla fine dell’arcobaleno. Lui sa dove finisce, voi no, e così se il dorato metallo vi fa gola, dovete tentare di catturarne uno!
METODO DI CATTURA: ritagliate un’apertura superiore in una scatola di cartone dipinta di verde e dissimulate l’ingresso con un pezzo di carta piuttosto spesso, in grado di sostenere il peso di qualche moneta. Piazzate la trappola su un cespuglio o tra i rami bassi di un albero, e dissimulatene la presenza con erbe, trifogli e quant’altro. Se avete fatto tutto per bene, il leprechaun, attratto dalle monete, cadrà dentro la scatola, dove voi avrete predisposto anche un bel bicchierino di potcheen, con il quale l’ingordo nanetto si sbronzerà, rendendo la cattura un gioco da ragazzi! Attenzione (!!!) Essendo una creaturina furba e velocissima, non mollatelo finchè non vi avrà condotto alla pentola d’oro e non accettate nessuna delle due monete che egli porta nella sua borsa: la moneta d’argento ritorna magicamente nel suo borsellino ogni volta che viene spesa, mentre quella d’oro si trasforma in cenere, foglie secche o pietra nelle mani dell’ingenuo che l’ha presa in pagamento per la libertà del malefico piccoletto.
Ma, direte voi, come faccio ad acchiappare qualcosa se non so neppure com’è fatto? Presto detto: il leprechaun è piccolo, con vestiti verdi di vecchia foggia ed un cappello con fibbia estremamente comune; possiede barba e capelli rossi, fuma una pipa in terracotta e ha curiose scarpe dotate di fibbia (come il cappello).
La Banshee
Il nome deriva dal gaelico “bean-sidhe”, che significa quasi letteralmente “fata donna”. L'ululato altissimo, sinistro e straziante della Banshee annuncia la morte imminente di un membro delle 5 casate anticamente più rinomate d’Irlanda: O’Neill, O’Grady, O’ Brien, O’Connor e Kavanagh.
Di solito avvolta in un lungo mantello grigio con tanto di cappuccio, l’orribile vecchiaccia menagramo (che può assumere però anche l’aspetto di una fanciulla soave o di una imponente matrona) è conosciuta in alcune zone d’Irlanda come “bean-nighe” cioè “lavandaia”, in quanto è stata spesso vista nell’atto di lavar via le macchie di sangue dagli abiti di coloro che stanno per morire.
Il lamento della banshee viene descritto in molti modi, simile al verso di un gufo, oppure basso e melodioso, o ancora talmente acuto da far esplodere i vetri.
La Mermaid
La parola gaelica “moruadh” deriva dall’insieme di "muir" (mare) e "oigh" (fanciulla). La Mermaid è una creatura marina metà donna e metà pesce, che può assumere le sembianze umane (cioè farsi spuntare le gambe al posto della coda) e mescolarsi fra la gente. Particolarmente avvenenti, si innamorano spesso dei marinai umani e intrattengono con loro relazioni clandestine. Per poterle legare definitivamente ad una vita sulla terra ferma, è necessario sottrarre loro il cappellino rosso piumato (cohullen druith) che indossano abitualmente, senza il quale è preclusa loro ogni possibilità di ritorno agli abissi marini. La faccenda del cappellino è valida però solo per le sirene delle spiagge del Kerry, di Cork e di Waterford, poichè le signorine del nord viaggiano a capo scoperto e si avvolgono, di solito, in una pelle di foca: anche in questo caso il furto della pellicciotta impedirà alla sirena (denominata “selkie”) di rituffarsi tra le onde e tornare alla sua umidissima magione sottomarina. Una moglie sirena può costituire un buon affare, perché si dice che porti ricchezza e fortuna al marito. Però, se riuscisse a ritrovare il cappellino (o la pelle di foca) sottrattole, questa dolce creatura marina scapperebbe abbandonando marito e figli senza alcun rimpianto.

Il Pooka
Il Pooka è un emerito rompiscatole, in grado di assumere varie sembianze e combinare un sacco di guai. Di volta in volta può assumere l’aspetto di un cavallo nero dagli occhi gialli, che galoppa selvaggiamente per ogni dove, rovinando i raccolti e schiacciando sotto gli zoccoli il bestiame, oppure può apparire come un folletto deforme, che reclama una parte del raccolto (per accontentarlo, i mietitori tralasciano a volte alcune strisce di messi).
Qualunque sia l’aspetto prescelto per le sue apparizioni, ‘sto disgraziato è come un medicinale con gravi effetti collaterali: le galline non depongono più le uova, le vacche non danno più latte, e i malcapitati viaggiatori che hanno la sfortuna d’incontrarlo durante le sue scorribande notturne presto incappano in un fossato o in qualche zona pantanosa.
Il primo novembre è il giorno sacro al Pooka che, per celebrarlo degnamente, fa sì che le more selvatiche colte dopo quel giorno siano tutte rovinate; insomma, trattasi di spirito animale maligno e dispettoso, da evitare assolutamente.



Il Changeling
Le fate irlandesi non sono buone madri, ecco perché spesso prendono i loro neonati (brutti sgorbi deformi, spesso zoppi e gobbi, grinzosi e malaticci) e li sostituiscono nella culla, rapendo qualche frugoletto umano dall’aspetto adorabile.
Il sostituto che viene così brutalmente abbandonato - chiamato changeling - non ha vita lunga, ma nei suoi pochi anni ne combina veramente parecchie. Innanzitutto frigna sempre, con acuti strilli insopportabili per le orecchie umane, ha sempre fame, ma soprattutto tende ad attirare la sfortuna più nera sulla casa dei malcapitati genitori forzatamente adottivi. Ma siccome “ogni scarrafone è bello a’ mamma (adottiva) sua”, anche ‘sto misero sgorbio qualche pregio ce l’ha: per esempio è bravissimo a fare musica e sa suonare magistralmente il flauto di latta (tin whistle) o la cornamusa irlandese (uilleann pipe).
Nel caso una mamma umana non fosse comunque interessata a questo antipatico scambio, è bene sottolineare che vale la regola “prevenire è meglio che curare”: quindi non lodare o apprezzare troppo il proprio pargolo, ma soprattutto proteggere la culla in cui dorme sospendendovi un paio di forbici aperte (o un crocifisso benedetto).
Se invece il fattaccio è già avvenuto, prima di chiamare un esorcista per liberarsi di questo povero diavolo, è possibile scacciarlo utilizzando diversi metodi: lo si può costringere con l’astuzia a rivelare la sua vera età, oppure gli si può far bere un tè a base di “digitalis”, che rivelerà la sua natura fatata e lo rispedirà tra i suoi simili.
.

domenica 30 novembre 2014

II Incontro: Attività - Scrivi un Racconto

Dopo la lettura di due brani tratti dall'Iliade e dall'Odissea, le storie della battaglia di Ilio (o Trova) e del viaggio di ritorno a casa di Odisseo (o Ulisse), i bambini erano invitati a produrre un racconto di loro fantasia che spiegasse cosa è successo agli altri eroi greci durante il loro ritorno a casa alla fine della decennale guerra. Il gruppo dei Titani (gruppo Giallo) ha scritto quattro piccoli racconti

Il ritorno di Aiace
Aiace era uno dei guerrieri che aveva partecipato alla guerra fra troiani e greci. Dopo ben dieci anni di guerra, sconfitti i troiani, Aiace salì finalmente sulla propria nave per fare ritorno a casa. Ma anche lui, come Ulisse, ci impiegò altri dieci anni. Achille, un altro guerriero greco, era suo amico, ma purtroppo morì nella guerra. Salito sulla sua nave, quindi, durante il viaggio di ritorno si addormentò profondamente; la nave venne trasportata dalla corrente non si sa dove e ad un certo punto si arene sula spiaggia di un'isoletta straniera dove si parlava una lingua chiamata cimcimp. Quando Aiace si svegliò non riuscì a capire dove si trovasse e guardando sulla sua mappa si rese conto che l'isola su cui era capitato non esisteva sulla mappa. Allora cominciò a pregare talmente tanto che un Dio chiamato Zeus scese dal cielo e gli indicò la via di casa. Alla fine Aiace riuscì finalmente a tornare a casa dove ritrovò sua moglie e i suoi figli, che felici lo abbracciarono. E vissero da allora felici e contenti.

Il viaggio di Diomede
Diomede salì sulla sua nave per ritornare a casa. Durante la navigazione vide in lontananza un enorme roccia su cui erano sedute delle sirene, impegnate nel loro bellissimo e dolcissimo canto. Diomede, seguendo le istruzioni di Ulisse, lo legò all'albero maestro della nave facendo in modo che le funi fossero strette a sufficienza. Però Diomede fu attirato dal canto delle sirene; così cadde dalla nave, proprio come era stato previsto dalle sirene stesse. Ulisse invece riuscì a rimane a bordo perché era stato ben legato all'albero dall'amico Diomede. Una volta scampato il pericolo delle sirene, infatti, prese la spada e tagliò le funi per liberarsi e riprendere il proprio viaggio.

Il ritorno di Menelao
C'era una volta un guerriero che si chiamava Menelao, ed era il più forte guerriero di tutta la Grecia. Terminata la guerra di Trova si imbarcò sulla sua nave per fare ritorno a casa, ma ci impiegò ben sei anni. Questo accadde perché durante il viaggio di ritorno si imbatte in una nave guidata da un guerriero troiano che lo riconobbe e tra i due scoppiò un'altra piccola guerra. Menelao riconobbe il troiano perché in passato durante la guerra lo aveva ingannato, ma ancora oggi non sappiamo il motivo dell'inganno.

Il viaggio di Enea e dei suoi guerrieri
Dopo la sconfitta di Trova, Enea e i suoi guerrieri decisero di salire su una nave e di dirigersi verso la Grecia. Durante il viaggio, però, il ma se divenne talmente burrascoso che la nave si rovesciò e tutti i guerrieri tranne Enea caddero in acqua e affogarono. Risalito sulla nave, Enea si dirige verso un'isola che vedeva all'orizzonte, ma nel tragitto il mare ancora in tempesta fa sbattere la nave contro gli scogli; rimasto a nuoto Enea raggiunse la spiaggia e rimase solo. Per fortuna arrivarono presto i rinforzi e un'altra nave di guerrieri lo soccorse. navigarono insieme per cinque giorni diretti verso casa, ma vi fu una nuova tempesta e le onde erano così alte che rovesciarono ancora la nave. Enea riuscì a salvarsi nuotando fino all'isola di Creta. Lì incontrò sua moglie che lo stava aspettando, ma dopo averlo salutato gli disse che loro figlio era partito per Andalo a cercare e non era ancora tornata; era disperata. Allora Enea e la moglie preparino il Dio Zeus che discese dal cielo e disse loro che il figlio si trovava proprio a Trova. Così Enea aiutato dal Dio raggiunse il figlio e insieme ritornarono a casa felici.