Ciao a tutti Piccoli Lettori!
Anche quest'anno il ciclo di incontri è giunto al termine, non senza un po' di dispiacere da parte delle vostre "maestre" che durante questi otto incontri vi hanno guidato nel mondo della mitologia e si sono affezionate tanto a voi. Per il secondo anno di fila il progetto "Piccoli Lettori Crescono" si è svolto regolarmente e ha riscosso abbastanza successo presso voi bambini; ne siamo molto felici! Per noi volontari del comune di Racconigi sono stati due piccoli grandi successi! Quando abbiamo stilato il progetto di questi incontri, a ottobre 2013 e settembre 2014 non pensavamo certo che a voi Piccoli questo ciclo di lezioni sarebbe piaciuto così tanto e che avreste partecipato così numerosi. Siamo stati ben lieti, infatti, di raccogliere le 120 adesioni quest'anno, e di accogliere una media di 40-50 Piccoli lettori ad ogni incontro.
L'esperienza che abbiamo vissuto insieme è stata estremamente formativa... non per voi Piccoli Lettori, ma per noi maestre! E' stato molto bello riscoprire insieme il mondo delle fiabe e degli antichi miti e insieme il Vostro mondo di bambini. Siamo stati molto felici di vedervi arrivare ogni sabato armati di entusiamo e di voglia di scoprire qualcosa di nuovo, voglia di ascoltarci, ma soprattutto di stare insieme, di fare un percorso insieme. Un percorso che certamente ci ha arricchito tutti, Piccoli Lettori e Grandi Lettori.
Speriamo che tutto il nostro lavoro sia stato da voi apprezzato e che vi siate divertiti almeno un pochino! Ma soprattutto speriamo di rivedervi il prossimo anno.. noi ci impegneremo sicuramente per reiterare il progetto e rinnovarlo con contenuti e modalità sempre nuovi. A proposito... noi volontari del comune di Racconigi saremmo ben contenti di sapere che cosa pensate di Piccoli Lettori, che cosa vi è piaciuto, e anche che cosa non vi è piaciuto, cosa possiamo riproporre nei prossimi cicli e che cosa invece andrebbe migliorato. Potete scriverci cosa ne pensate all'indirizzo e-mail piccolilettori.racconigi@gmail.com oppure lasciare un commento a qualunque post di questo blog. Leggeremo tutto quello che avrete da dirci e risponderemo sicuramente!
Nell'attesa delle vostre e-mail, vi lasciamo il programma completo suddiviso lezione per lezione su questo Blog (che continuerà ad essere aggiornato, non dimenticatevi l'indirizzo perché il prossimo anno continueremo a utilizzarlo!), potete rileggere i brani che abbiamo letto insieme durante i nostri incontri, oppure cercare letture nuove sull'argomento.. noi continueremo a proporvene ancora nei prossimi mesi.
infine vi consiglio di "ripassare" gli argomenti di ogni incontro perché saranno oggetto del Grande Gioco della festa finale! Quindi, mi raccomando, rileggete tutto bene!!!
In attesa di rivederci finalmente alla Festa dei Piccoli Lettori (per sapere QUANDO, COME e DOVE si svolgerà, fate affidamento alla sezione NEWS E NOTIZIE di questo stesso sito), vi salutiamo con un grande abbraccio!
Ciao Piccoli Lettori!
Non smettete MAI di leggere!
Serena
Giada
Chiara L.
Giulio
Chiara C.
(e tutti gli altri volontari che ci hanno assistito in questo bel percorso)
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lunedì 2 marzo 2015
Arrivederci piccoli lettori!
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domenica 1 marzo 2015
Incontro VI - le divinità femminili del pantheon norreno - Racconto
I capelli di Sif
e la bocca di Loki
Preso da quella strana malattia che è
la noia, fonte di tutti i mali e del desiderio di nuove sensazioni, un giorno
Loki catturò Sif, la bella compagna di Thor. Le bionde chiome della
leggiadra signora delle messi stuzzicarono la cattiveria di Loki che, spinto da
una ìrrefrenabile smania, iniziò a tagliarle, incurante delle lacrime che
solcavano il viso della dea. In breve tempo, lavorando con demoniaco impegno, i
bei capelli caddero tutti al suolo, mostrando il triste spettacolo di un cranio
femminile rasato a zero. Contemplando la sua opera, l'infame Loki sghignazzava,
pago della sua gratuita malvagità. La povera Sif, preda dello sconforto più
assoluto, riuscì a liberarsi e, correndo a più non posso, si rifugiò tra le
possenti braccia del marito. Il signore del tuono, al quale Sif, singhiozzando,
aveva raccontato dell'affronto subito, si precipitò ad Asgardh, deciso a farla
finita una volta per tutte con quell'insolente dì Loki. Solo l'abilità
oratorìa, quel suo eloquio mielato, salvarono Loki da una morte orribile:
promise a Thor che si sarebbe recato tra gli Elfi scuri per farsi confezionare
una chioma d'oro del tutto simile, se non più bella, a quella naturale che
aveva Sif. E, forse nel tentativo di ingraziarsi le altre divinità promise che
avrebbe portato altri strabilianti oggetti, dotati di magiche virtù, che non
avrebbero fatto rimpiangere le preziose ciocche da lui recise.
Inabissatosi nei
tortuosi labirinti che conducevano nelle oscure viscere della terra, Loki
giunse nel territorio dei nai da tutti chiamati «figli di Ivaldi» dal nome del
loro progenitore. Ben conoscendo le straordinarie capacità degli Elfi, Loki non
ebbe difficoltà a farsi forgiare una magnifica parrucca di bellissimi fili
d'oro lucente, abbaglianti più del sole. I portentosi artigiani, depositari di
arcaici segreti, gli costruirono anche la nave Skidhbiandnir, vascello di
inestimabile valore che una volta messo in mare, aveva sempre il vento
favorevole, anche se regnava la bonaccia. Inoltre, pronunciando delle formule
magiche, si rimpiccioliva al punto da potersi agevolmente mettere in una tasca.
Ma la strabiliante sapienza dei nani non conosceva limiti: forgiarono anche
Gungnir, una sensazionale lancia capace di affrontare da sola il nemico,
inseguendolo fino a colpirlo senza pietà.
Ormai Loki aveva ricevuto doni
sufficienti a lenire la rabbia degli dèi e poteva tornare nella cittadella
divina. Ma, sempre alla ricerca di nuove occasioni di scommessa, entrò nella
bottega dei fratelli Brokk ed Eitri, due fabbri. Adoperando il suo usuale tono
altezzoso, Loki iniziò a disprezzare il lavoro dei due artigiani, affermando
che non sarebbero mai stati capaci di realizzare tre oggetti paragonabili, per
bellezza e funzione, a quelli che aveva con sé. I due fratelli accettarono la
sfida e si misero al lavoro: Brokk prese una pelle di porco e con cautela, la
pose sulla fucina, raccomandando al fratello di soffiare con il mantice fino al
suo ritorno, senza mai fermarsi, qualsiasi cosa accadesse. Eitri, seguendo le
istruzioni del fratello, manovrava con lena il pesante mantice, mantenendo la
brace ardente. All'improvviso entrò nella bottega, annunciata da un fastidioso
ronzio, una grossa mosca. L'insetto andò a posarsi proprio sulla mano del nano,
disturbando non poco il suo lavoro. Alcuni insinuavano che fu lo stesso Loki,
ricorrendo ad uno dei suoi truffaldini travestimenti, a molestare Eitri,
tentando così di distoglierlo dal compito assegnatogli da Brokk. Difatti
l'insetto punse con forza la mano di Eitri, che però continuò, nonostante il
dolore, a soffiare con il mantice. Giunse allora Brokk che, compiaciuto con il
fratello per la sua abnegazione, tolse il primo prodotto da esibire nella sfida
con il dio: era un magnifico cinghiale, il cui dorso non era ricoperto da
normali setole, ma da sottilissimi fili d'oro. Naturalmente il cinghiale fu
chiamato Cullinbursti, «setole d'oro». Brokk, non dimenticando che dovevano
presentare tre oggetti, si rimise a lavoro. Questa volta, come materiale di
fusione, adoperò dei lingotti d'oro massiccio. Eitri riprese il suo posto al
mantice e prese a far aria con potenza, mentre Brokk uscì dalla bottega
raccomandandogli di non smettere fino al suo ritorno. La solita mosca - insetto
nato per innervosire la gente - iniziò a volteggiare sopra la testa
dell'artigiano e, seguendo un suo preciso piano di disturbo, lo punse sul
collo. Conscio dell'importanza del compito affidatogli, Eitri strinse i denti
e, sopportando un dolore ancora più acuto, continuò fino a quando non vide il
fratello. Poco dopo arrivò Brokk e, costatato che la mosca non aveva
compromesso il lavoro del fratello, estrasse dalla fucina un meraviglioso
anello. L'aureo cerchietto aveva lo strano potere di riprodursi ogni nove notti
in otto esemplari identici come gocce d'acqua: proprio per questo motivo lo chiamarono
Draupnir, «che gocciola». Bisognava fabbricare un altro oggetto, altrettanto
portentoso come i primi due. Brokk, che era la «mente», pose sulla fucina del
ferro e, ancora una volta, rammentò al fratello - il «braccio» - che tutto
sarebbe stato inutile se egli avesse smesso, anche per un solo istante, di
soffiare con il mantice fino al suo ritorno. Inutile dire che la mosca, animata
sicuramente da qualche potenza demoniaca, ricomparve e, ronzando
incessantemente, si avvicinò ad Eitri. L'insetto punse l'indefesso fabbro
proprio su una palpebra e, immediatamente, dei rivoli di sangue gli rigarono il
volto, impedendogli di vedere ciò che stava facendo. Solo allora, e per un
attimo, Eitri tolse una mano dal mantice per cacciar via la mosca. In quell'istante
ritornò Brokk e dicendo che tutto stava per essere rovinato irrimediabilmente
trasse dalla fucina un martello. A causa dell'incidente il martello aveva un
piccolo difetto: il manico era un po' corto. Ma per il resto, che oggetto
eccezionale! Una volta scagliato contro un qualsiasi obiettivo, lo raggiungeva
infallibilmente, riducendolo in minuscoli frantumi. Come se non bastasse,
esaurita la sua missione di distruzione, ritornava nelle mani del lanciatore
come un boomerang. Inoltre, con appositi incantesimi, il martello poteva
diventare tanto piccolo da essere nascosto in una tasca. Arma onnimaciullante,
il martello fu chiamato Mjdlnir ' «che frantuma».
I due nani potevano
considerarsi, e a ragione, orgogliosi di simili prodigiosi prodotti e, confidando
in una sicura vittoria, Brokk si recò nella cittadella divina per confrontarsi
con Loki. Il sacro concilio degli Asi, riunitosi per l'occasione, designò
Odino, Thor e Freyr arbitri supremi della sfida. Loki mostrò i suoi tesori:
donò Gungnir, ad Odino, magnificandone le doti; a Thor consegnò l'aurea
parrucca dicendogli che, una volta poggiata sul cranio di Sif, i filamenti si
sarebbero radicati come veri capelli, crescendo splendenti sempre più; la nave
Skidhbladnir fu consegnata a Freyr e anche questa volta Loki descrisse con
sapiente aggettivazione le doti nascoste del suo dono. I tre oggetti riscossero
l'ammirazione degli dèi che, ammaliati anche dall'eloquenza di Loki, non
riuscivano ad immaginare nulla che potesse soltanto eguagliarne il valore. Fu poi
la volta dell'operoso nano: porse al padre degli dèi l'anello Draupnir,
raccontando la sua eccezionale capacità di autoriproduzione, facendo balenare
davanti agli occhi divini lo spettacolo delle montagne d'oro che se ne potevano
ricavare, pose Mjdìnir nelle mani di Thor, al quale descrisse il fenomenale
potere distruttivo dell'arma, sottolineando che contro di essa nulla avrebbero
potuto i giganti; a Freyr regalò il cinghiale dalle setole d'oro, dicendogli
che avrebbe potuto cavalcarlo sia in cielo che in terra o sulle onde del mare,
anche di notte, perché le sue setole avrebbero illuminato il tragitto,
lasciandosi dietro una scia luccicante che i comuni mortali avrebbero scambiato
per stelle cadenti. La sacra giuria senza esitazioni decretò la vittoria del
fabbro, poiché, dissero, i suoi doni erano preziosi, ma anche utili. Il
rnartello, ad esempio, sarebbe stata l'arma migliore per difenderli
dall'arroganza dei giganti. Infine, come si era soliti fare in quelle
occasioni, condannarono Loki a consegnare la sua testa a Brokk. L'abile
architetto di tante truffe, il signore del sotterfugio, vide andare in frantumi
tutta la sua perfida sapienza: a nulla, infatti, valsero le sue offerte,
formulate ricorrendo a quell'arte della persuasione che più di una volta lo
aveva salvato da simili pericoli. Il fabbro fu irremovibile: a nessun costo
avrebbe rinunciato alla testa di un simile spaccone. A Loki, «vergogna degli
Asi», non restò che ricorrere ad una ignominiosa fuga: calzate magiche scarpe
che gli consentivano di correre sull'acqua e attraverso il cielo, il dio iniziò
una frenetica corsa e, deludendo sia il nano che gli dèi, sparì. Thor, che non
poteva sopportare l'ombra di vigliaccheria piombata sugo dèi, scopri il rifugio
di Loki e lo catturò, consegnandolo subito a Brokk. Protetto dal più forte
degli Asi, l'artigiano si preparava a staccare la testa dei suo sfidante
quando, sottilizzando sul significato letterale delle parole, Loki disse che
poteva fare tutto ciò che voleva della sua testa, ma doveva lasciare intatto il
collo: avevano scommesso la testa, nient'altro che la testa. Di fronte a tanta
sfacciataggine, Brokk non si perse d'animo e, deciso ad umiliarlo fino in
fondo, prese un coltello e dello spago e tentò di forare le labbra di Loki:
voleva cucirgli la bocca, per impedirgli di pronunziare altre parole di sfida o
di disprezzo.
Ma il coltello non tagliava. Il fabbro,
recitando una delle sue segrete formule, fece aprire dal nulla la lesina con
cui erano soliti, lui ed il fratello, forare le pareti. Questa volta le labbra
del dio perdente vennero trafitte con facilità e lo spago potè passre tra i
fori e sigillarle. Loki aveva avuto una giusta punizione: si trattava di un
supplizzio dolorosissimo per lui, abituato a costruire frasi pompose,
compiacendosi al solo loro suono. Purtroppo, poco dopo, Loki riuscì a strappre
i pur forti nodi e, ormai libero, potè continuare ad imbastire tranelli
avvalendosi del suo eloquio forbito.
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Incontro VI: Mitologia Norrena - Le divinità femminili
Le
principali divinità femminili del pantheon norreno
Fra
le principali dee norrene, troviamo Frigg, Sif, Freyja e Eir. Sono divinità
femminili che tutelano ambiti particolari e molto importanti della vita degli
uomini (e delle donne) scandinavi e, soprattutto, non vengono considerate
inferiori rispetto alle controparti maschili.
v Frigg
Una delle più rilevanti divinità nella
mitologia norrena, celeste sposa di Odino, Frigg è anche chiamata "signora
del cielo" o "signora degli dèi", appellativo degno della
compagna del più importante degli Asi. Si dice che sia la più “saggia fra le
dee” e che abbia il potere della chiaroveggenza. Condivide con Odino il seggio
di Hlindskialf, e può, da lì, vedere tutto l'universo.
Frigg è la protettrice delle spose e
delle nascite, ma anche delle veggenti e delle vedove e delle madri che
perdevano un figlio. La pianta Caglio zolfino (Galium verum), usata dagli
scandinavi come un calmante, veniva chiamato erba di Frigg.
Il venerdì era anticamente il giorno
consacrato sia alla dea Frigg sia alla celebrazione dei matrimoni e all'unione
feconda della coppia di sposi. Uno dei compiti peculiari della divinità
consisteva nell'assistere le coppie, aiutando le donne sterili e quelle ancora
aliene agli atti di amore.
Frigg viene raffigurata su di un carro
trainato da due gatti e il simbolo a lei legato è un mazzo di chiavi, che
simboleggia il dominio sulla casa e sulle verità nascoste. Avvolta in un
mantello di penne di falco che le permetteva di volare nel cielo, accompagnava
Odino in guerra.
v Freyja
Freyja è probabilmente la più nota e più
amata delle dee nordiche oggi. Dapprima della stirpe dei Vanir, ma dopo la pace
che concluse il conflitto fra le due stirpi divine, venne mandata dagli Æsir
come ostaggio e sposò uno di loro. È figlia di Njörðr e di Skaði, sorella di
Freyr e moglie di Óðr (che la abbandona spesso per intraprendere lunghi viaggi,
cosa che la tormenta).
Famosa per la sua proverbiale avvenenza,
è la dea dell'amore, della bellezza e della fertilità, ma anche della guerra e
della magia.
Ella infatti ama i canti d'amore e
incita gli innamorati ad invocarla, ma cavalca nei campi di battaglia ed ha
diritto alla metà dei caduti che guiderà in battaglia durante il Ragnarök
(l'altra metà spetta ad Odino).
v Eir
Eir (che significa "vita" o
"speranza" in norreno) era tra le file delle valchirie per la sua
abilità di "scegliere i morti" dal campo di battaglia e di
risvegliarli. Conosceva tutti i segreti della vita e sapeva come sfruttare
tutte le erbe officinali presenti nel mondo – conoscenza che non mancava di
trasmettere alle donne che invocavano il suo aiuto; era addirittura capace di
resuscitare i morti.
Era buona amica di Frigg e spesso
l'accompagnava nei suoi spostamenti, consigliandola o aiutandola. E' la patrona
di tutti coloro che lavorano nel campo della guarigione, e aiuta le donne che
scelgono di imparare gli incantesimi di vita. In Scandinavia, per questo, solo
le donne potevano intraprendere la via della medicina e apprendere l'arte della
guarigione.
Aveva i capelli rossi come il fuoco e
occhi celesti come l'acqua, si narra che vivesse in un'isola con i suoi due
fedeli guardiani Elladan e Elòir, una tigre e un leone bianco.
Sif
Sif, nella mitologia norrena, è una dea
appartenente alla schiera degli Æsir e moglie di Thor. È madre di Þrúðr e Móði,
avuti da Thor.
Aveva poteri legati alla natura poiché
era nata a Vanaheim (poteva controllare l'acqua, come suo padre), ma era anche
una dea molto abile nella lotta che sapeva usare qualsiasi tipo di arma le
fosse data. Viaggiava su un carro d'argento regalatole da Thor.
Sif aveva i capelli d'oro, che
crescevano come se fossero naturali. Il mito racconta che Loki le avesse
giocato uno scherzo e le avesse tagliato i capelli, ma Thor talmente arrabbiato
costrinse Loki a restuirle una chioma ancora più lucente. Fu così che Loki se
ne fece creare un'altra dai nani degli Invaldi e la donò a Sif.
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mercoledì 28 gennaio 2015
Incontro V: Mitologia Norrena - Racconto
-
La Creazione del
Mondo
Fu per un tempo indefinito che le braci
crepitanti e i cristalli di ghiaccio mulinarono vorticosamente all’interno
della lugubre voragine. Mulinarono forte, sempre più forte finché all’interno
del ghiaccio brillò una scintilla di vita dalla quale emerse una figura terribile,
il gigante Ymir, il primo della stirpe degli jotun. Al suo fianco una mucca di
ghiaccio. Così vissero per molto tempo sull’orlo del Ginungagap (il Vuoto), il
gigante e la mucca.
Non mancava di certo il cibo per Ymir:
quattro fiumi di spuma bianca come il latte fluivano incessantemente dalle
mammelle della mucca e più beveva e più lo jotun cresceva. La mucca trovò cibo
leccando il bordo salato del Ginungagap.
Un giorno il gigante si addormentò e,
mentre riposava, due jotun, un maschio ed una femmina, nacquero dal tepore
della sua ascella sinistra. Un troll con sei teste, invece, spuntò dai suoi
piedi. Come Ymir, sebbene non così giganteschi, erano tutti rozzi e selvaggi.
Con il tempo, a forza di leccare, la
lingua della mucca divenne calda e dall’orlo salato della voragine spuntarono
prima dei capelli e poi un viso. La mucca continuò a leccare il Ginungagap e
apparirono delle spalle, un petto, delle gambe; infine una creatura mai vista
saltò fuori dal vuoto: un maschio di bell’aspetto del tutto diverso dagli
orribili jotun e dai troll fino ad allora esistiti esistiti.
Da quest’ultima creatura nacque un
figlio, ancor più bello, che sposò un’incantevole fanciulla jotun. Dalla loro
unione nacquero tre figli con i capelli così biondi che illuminarono l’oscurità
intorno. Furono i primi dei Asi: Odino, Vè e Vili (Spirito, Volontà e Tepore),
sacri e di animo nobile. I tre giovani avevano il potere di
creare mondi.
Ma, prima di poter creare, dovevano
liberarsi del gigantesco Ymir: i tre Asi affrontarono quindi il vecchio jotun,
lo uccisero e spinsero l’enorme corpo dentro il Ginungagap. Dalle sue ferite
uscì così tanta acqua che la buca si riempì e traboccò, riportando a galla il
corpo del gigante e annegando i suoi figli e la mucca.
Si salvarono solo uno jotun e la sua
compagna, che dopo essersi arrampicati su dei banchi di ghiaccio, andarono a
vivere sulle lontane rive del mare appena creato. Gli Asi non li inseguirono e
ben presto Jotunheim, la terra imprigionata dai ghiacci, fu popolata dai loro
figli. Gli Asi sollevarono il corpo di Ymir e con quello crearono la terra:
Midgard. Spinsero il Niflheim - il regno di ghiaccio e morte - nelle profondità
della loro creazione, in modo che non potesse congelare la terra.
Il cranio di Ymir fu posto sopra la
terra e il mare, come fosse un cupola che protegge il mondo dalle scintille che
salivano dal Muspelheim; proprio da queste scintille crearono il sole, la luna
e le stelle.
Tuttavia il giorno e la notte ancora non
esistevano.
Allora Odino, Vè e Vili crearono due carri,
vi adagiarono il sole e la luna e fecero trottare i cavalli in giro per il
cielo. Ma gli jotun e i troll erano esseri oscuri che odiavano la luce: si
trasformarono in lupi, saltarono sopra la cupola del cielo e cercarono di
rincorrere i carri che trasportavano il sole e la luna per divorarli.
I cavalli, temendo per la loro vita, si
misero a correre senza sosta, sempre più veloci, intorno alla terra e fu così
che comparvero il buio e l’alba.
Oltre agli Asi, esistevano altri dei, i
Vanir. Vivevano in un mondo confinante, il Vanaheim, ed erano gli dei della
pioggia e dei venti. Quando la pioggia iniziò a cadere, bagnando i peli della
barba di Ymir, germogliò l’erba che ricoprì tutte le vallate, mentre i capelli
si trasformarono in fitti boschi. Era una terra paradisiaca e gli Asi presero a
popolarla: prima fecero gli elfi, creature luminose come il sole, che abitavano
nel mondo di Alfheim. Quindi gli Asi mutarono dei vermi, che vivevano nel
sottosuolo, in gnomi donando loro gli strumenti necessari per estrarre i
metalli. Non avevano un buon carattere, questi gnomi, ma erano minatori e
fabbri formidabili e rifornivano gli Asi di oro, argento e ferro. Dopo gli
gnomi, gli Asi crearono i folletti e gli spiritelli e diedero loro il compito
di curare ogni collina, montagna, lago e cascata. Crearono i pesci, gli uccelli
e gli animali.
Ma, nonostante il loro mondo apparisse
perfetto, gli Asi sapevano che mancava ancora qualcosa: mancava qualcuno che li
adorasse.
Così decisero di dare vita al primo
uomo.
Incontro V: Mitologia Norrena - Gli dei principali
Gli dei: Asi e Vani
Con
mitologia norrena, mitologia nordica o mitologia scandinava ci si riferisce
all'insieme dei miti appartenenti alla religione tradizionale pre-cristiana dei
popoli scandinavi, inclusi quelli che colonizzarono l'Islanda e le Isole Fær
Øer, dove le fonti scritte della mitologia norrena furono assemblate.
Secondo
la mitologia norrena il mondo sensibile è "Miðgarðr" (lett.
"Terra di Mezzo"). Circondata dalle acque, alla sua sommità si trova
Asgarðr, la dimora degli dei, raggiungibile unicamente tramite Bifröst, il
ponte dell'arcobaleno. I Giganti vivono all'esterno del mondo, al Nord, in un
luogo chiamato Jötunheimr ("Terra dei Giganti"). La dea Hel governa
il sotterraneo regno "Helheim" ("Dimora di Hel"), luogo
predestinato ai defunti. Nel Sud vi è l'infuocato e misterioso reame di
Muspell, il Múspellsheimr dimora dei giganti del fuoco. Ulteriori regioni
dell'immaginario norreno sono Álfheimr dimora degli "elfi chiari"
(ljósálfar), Svartálfaheimr dimora degli elfi oscuri e Niðavellir le miniere
dei Nani.
Le
divinità sono divise in due classi: gli Æsir (Asi) e i Vanir (Vani). La
distinzione non è tuttavia netta: nel passato remoto le due fazioni si
fronteggiarono in guerra, ma in seguito raggiunsero la pace, si scambiarono
ostaggi e alcuni membri si unirono in matrimonio. Di determinate divinità non è
chiara l'appartenenza a una delle due classi.
• Gli ASI (al singolare Áss, al femminile singolare Ásynja, al femminile plurale
Ásynjur) sono: Odino (Óðinn), Thor (Þórr), Baldr, Týr, Bragi, Heimdallr, Höðr,
Víðarr, Váli, Forseti, Loki, Frigg, Sága, Eir, Gefjun, Fulla, Sif, Lofn, Vár,
Vör, Hlín, Snotra e Gná.
• I
VANI sono: Njörðr, Freyr, Freyja, Gullveig e Ullr.
Analisi degli dèi principali: Odino,
Thor e Tyr
Odino
Nella mitologia norrena Odino è il re
della classe di divinità dette Asi, ed è associato alla sapienza,
all'ispirazione poetica, alla profezia, alla guerra e alla vittoria. Brandisce
Gungnir, la sua lancia, e cavalca Sleipnir, il suo destriero a otto zampe.
Figlio di Borr e della gigantessa Bestla, fratello di Víli e Vé, sposo di Frigg
e padre di molti degli dèi, tra cui Thor (il Fulmine ordinatore), e Baldr.
Spesso viene inoltre definito "Padre degli Dèi" o Allföðr, Allvater,
Allfather ("Padre del Tutto").
Odino guiderà gli dèi e gli uomini
contro le forze del caos nell'ultima battaglia, quando giungerà il Ragnarök, la
fine del mondo, nel quale il dio sarà ucciso, inghiottito dal temibile lupo
Fenrir, per essere immediatamente vendicato da Víðarr che ne lacererà le fauci
dopo avergli piantato un piede nella gola.
Essendo il più antico degli dèi e il
creatore del mondo e di tutte le cose, personificazione della sorgente stessa
del tutto, Odino è il signore della sapienza, conoscitore delle essenze più
antiche e profonde. Egli conosce per primo tutte le arti e in seguito le ha
insegnate agli uomini.
La sapienza di Odino è conoscenza, magia
e poesia al tempo stesso. Egli non solo conosce i misteri dei Nove Mondi e
l'ordine delle loro stirpi, ma anche il destino degli uomini e il fato stesso
dell'universo.
Odino ha al suo seguito diversi animali.
Innanzitutto i due corvi Huginn e Muninn (i nomi significano pensiero e
memoria), che spedisce ogni giorno in giro per il mondo perché, quando essi
ritornano al tramonto, gli sussurrino ciò che hanno visto; e poi due lupi, Geri
e Freki, ai quali getta il suo cibo durante le cene del Valhalla (sua dimora)
visto che egli si nutre esclusivamente di idromele e di vino.
Thor
Thor (norreno Þórr) è una delle
principali divinità scandinave, noto come il dio del tuono.
Figlio di Odino e di Jörð, dea della
terra, era il più forte degli dèi. Sua moglie si chiamava Sif e i suoi figli
erano Magni, Þrúðr e Móði.
Mentre Odino era considerato re degli
dèi, il rosso Thor dalla fluente barba e dai possenti muscoli, era un po' più
il dio degli uomini. Da loro era molto amato, tanto che i Vichinghi si definivano
Popolo di Thor.
La sua forza, già leggendaria, era
aumentata da tre oggetti che non abbandonava mai e che lo rendevano quasi
invincibile: una cintura che raddoppiava la forza di chi la indossava, un paio
di guanti di ferro e il leggendario martello Mjöllnir, strumento usato per
colpire i mostri e i nemici, dal funzionamento analogo a quello di un
boomerang, che simbolicamente rappresentava il fulmine e, dunque, preannunciava
le piogge. I contadini erano soliti indossare catenine con appesi martelletti proprio
per ingraziarsi la divinità.
Il suo mezzo di spostamento era un carro
trainato da due capre (Tanngnjóstr e Tanngrisnir). Anche questi animali avevano
proprietà portentose: per Thor, durante i suoi viaggi, era consuetudine
cibarsene considerando che, conservando le pelli e le ossa, il mattino seguente
sarebbero rinati.
Tyr
Týr era il dio della guerra nella
mitologia norrena, nonché patrono della giustizia.
Era il protettore della guerra e della
vittoria. Prima di ogni battaglia, i guerrieri, frementi per la tensione,
rivolgevano a lui le loro preghiere e stringevano nervosamente le lance e le
spade su cui era inciso il nome di Tyr. Ogni arma era dedicata a questo dio,
richiamato dal potere magico delle rune, che imprimevano il suo nome e la sua
forza nelle lame che in pochi istanti sarebbero divenute rosse di sangue. Per
propiziarsi la vittoria, i guerrieri si chinavano sulle armi incise e
pronunciavano tre volte il nome di Tyr, a cui stavano chiedendo protezione.
Nonostante fosse il dio della guerra, non godeva della violenza esasperata e
del sangue versato, ma concepiva la guerra solo come il mezzo estremo per
risolvere una contesa tra due parti in conflitto. Ecco perché Tyr era anche il
dio del diritto, che spesso fungeva da giudice (Nota: gli scandinavi spesso
usavano la guerra come mezzo per risolvere una contesa; chi vinceva uno scontro
dimostrava di avere gli dèi dalla propria parte e, in sostanza, di avere
ragione).
Tyr ha una caratteristica davvero
inusuale: è privo della mano destra. Questa mutilazione, operata dal gigantesco
e famelico lupo Fenrir, è frutto di un sacrificio che Tyr fece per il bene
degli Asi (infilò la mano nella bocca del lupo per permettere ai suoi compagni
di imprigionarlo).
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12035 Racconigi CN, Italia
domenica 25 gennaio 2015
Quarto incontro: mitologia Celtica - Chi trova un Leprechaun trova un tesoro (Racconto)
Thory era orfano di padre e di madre e lavorava nelle miniere di Foggy Hill. A lui toccava trasportare il carbone fino ai carri che sostavano fuori dal recinto. Così, con una vecchia carrettina sgangherata, andava tutto il giorno avanti e indietro, sotto il sole o sotto la pioggia, con il caldo o con il freddo, con la schiena piegata, le gambe stanche, le braccia a pezzi. Aveva iniziato quel lavoro da bambino e ora che aveva quindici anni, già non ne poteva più. Pensava che non avrebbe retto a lungo e i suoi compagni di lavoro non gli davano torto perchè Thory era diverso da tutti loro e possedeva qualcosa di speciale. Il suo aspetto era elegante nonostante indossasse vecchi cenci logori e il suo portamento era signorile nonostante le spalle incurvate per la fatica. Sapeva appena leggere e scrivere, ma spendeva tutta la sua misera paga in libri. Ne leggeva in gran quantità, di ogni tipo. Tutte le sere, chiuso nel suo tugurio si stendeva sul pagliericcio e leggeva a lume di candela. Leggendo leggendo, Thory acquisì un mucchio di conoscenze in ogni campo. Si interessò soprattutto di fate e folletti e queste creature divennero suoi migliori amici. Di giorno ne parlava ai suoi colleghi e di sera si rivolgeva a loro in colloqui immaginari. Era affascinato in particolare dai Leprecauni che i suoi libri descrivevano come omini piccoli piccoli che abitavano in casupole nelle radici degli alberi e facevano i ciabattini, anche se fabbricavano solo scarpe sinistre, mentre al piede destro indossavano solo una calza rossa. I Leprecauni erano molto ricchi, ognuno di loro possedeva, nascosta chissà dove, una pentola piena di schegge d’oro. Thory pensò che anche solo qualche scheggia d’oro sarebbe stata sufficiente a comprare una casa, un podere e qualche mucca e a toglierlo così per sempre dalla miseria e dalla miniera. Ma come trovarle, senza un Leprecauno disposto a indicargli il nascondiglio segreto della pentola? Allora si fece prestare una lente d’ingrandimento e adottò un segugio che aveva perso il suo padrone e Iniziò così a perlustrare tutte le foreste della zona centimetro per centimetro. Ogni albero era ispezionato con attenzione, mentre il cane si occupava delle radici, Thory controllava con la lente tutte le fessure della corteccia. Ogni macchia rossa nel sottobosco gli sembrava un cappello e a ogni piccolo rumore credeva di essere vicino alla botteguccia del ciabattino. Nonostante tutti questi sforzi, Thory non trovò niente. Cominciò allora ad uscire nei boschi anche di notte sperando di incontrare i folletti usciti per danzare al chiaro di luna, ma non servì a nulla. Povero Thory! I compagni di miniera pensarono che fosse uscito fuori di senno e lui stesso non trovava più pace. Ma ecco che un giorno, quando meno se l’aspettava, accadde l’incredibile. Come sempre era intento a trasportare la sua carriola avanti e indietro ed era così stanco che camminava come una lumaca e davanti agli occhi aveva sempre i suoi leprecauni e per questo inciampava e sbandava e non ascoltava neanche le voci di chi gli diceva di fare attenzione. A un tratto, tra gli schiamazzi generali, udì una vocina flebile flebile che diceva:- quando ti degnerai di darmi retta? Non ne posso più di tutto questo carbone, finirò per rovinarmi i polmoni e morire in questa carriola se non ti giri! E quando infine si voltò, vide un omino tutto nero di carbone agitarsi nella carriola e stentò a riconoscerlo:- Ma tu chi sei? – Chi sono io? Non ti sono serviti proprio a niente tutti quei libri che hai letto! Mi hai cercato dappertutto e ora che ti sto davanti non mi riconosci? Thory non credeva alle proprie orecchie e per l’emozione gli si attorcigliava la lingua e le parole gli si strozzavano in gola. _ Sì mio caro, sono un Leprecauno e ti cerco da almeno qualche secolo. Le nostre tris-tristrisavole erano sorelle e noi siamo cugini di non so più quale grado! Questo era davvero troppo! Parente di un Leprecauno? Possibile mai? Con mano tremante Thory raccolse l’omino e lasciò la miniera in pieno giorno. Quella faccenda era troppo strana, voleva vederci chiaro. I compagni, osservandolo andar via bianco come un cencio e con in mano un mucchietto di carbone pensarono che fosse ammattito del tutto! E invece… arrivato al tugurio di Thory il Leprecauno si ripulì, si sfamò con un po’ di latte e raccontò al cugino la sua vita e le parentele che li univano. Il folletto si commosse nel vedere in quale miseria vivesse il cugino e senza aspettare che questi parlasse del tesoro , gli disse:- Come sai, ogni Leprecauno possiede un gruzzolo di monete d’oro che gli viene donato poco per volta, di anno in anno, nella notte di Ognissanti. Poiché nelle tue vene scorre sangue fatato, anche tu hai diritto alla tua porzione di oro magico. Quest’anno verrai con me alla radura fatata e ti prenderai ciò che ti spetta. Anche se mancavano solo pochi giorni, a Thory quella notte sembrava non arrivare mai, poi finalmente, la sera della vigilia, il Leprecauno lo condusse nel folto della foresta, nei pressi di un laghetto che si apriva dietro un enorme cespuglio reso ancora più grande dalle tenebre della notte. Era un luogo meraviglioso che Thory, pur conoscendo il bosco come le sue tasche, non aveva mai visto prima. I raggi di luna danzavano sullo splendido specchio d’acqua facendo mille figure con i riflessi argentati, gli uccellini della foresta, assiepati sui rami degli alberi, facevano da musicisti coi loro canti e gli animali convenuti sulla riva si gustavano estasiati le danze. Alla prima pausa, il Leprecauno e Thory fecero tre inchini, avanzarono di tre passi e si chinarono per tre volte a raccogliere nel palmo della mano un po’ d’acqua per lavarsi il viso. Era il rito della purificazione necessario per accedere alla radura incantata la notte successiva. Fatti altri tre inchini, i due si ritirarono e Thory fu sorpreso di vedere dietro di loro una lunga fila di leprecauni in attesa di purificarsi. L’indomani, verso il tramonto, Thory e il folletto attraversarono la strada principale del paese, giunsero alla piazza, presero a destra, a sinistra e poi ancora a destra mentre la strada si faceva sempre più ripida. Alla quarta curva arrivarono a un abbeveratoio che Thory non ricordava di aver mai visto. Bevvero tre sorsi d’acqua e ripresero il cammino, ma da quel punto in poi, Thory proseguì come un sonnambulo dietro le orme del folletto, finchè giunsero a una radura. Qui gli occhi del giovane tornarono ad a aprirsi. Era notte, ma il paesaggio era illuminato a giorno da una luna splendente. Erano circondati da pioppi alti e fruscianti e nel mezzo sorgeva un gigantesco biancospino dai fiori candidi e rilucenti. Il loro profumo attrasse come per magia i due visitatori ai piedi del cespuglio che, chinato un ramo, li accolse nei petali di due corolle. Thory si ritrovò così nel fortino dei leprecauni fatto di tante stanze, tutte splendenti d’oro. Il folletto lo guido al camerino dove c’era il tesoro che lo aspettava da secoli: tre monete d’oro lucenti e grandi come una padella. Thory si chinò per raccogliere il primo pezzo d’oro e quando lo accostò al sacchetto, la moneta si trasformò in una meravigliosa cascata d’oro e lo stesso accadde con le altre due: piovvero così tante schegge d’oro che la saccoccia di Thory dovette dividersi magicamente in almeno altri venti sacchetti e altrettanto magicamente il giovedì riuscì a caricarsi tutto quell’oro e a portarlo fuori. Appena usciti dal biancospino il folletto disse addio al cugino. Doveva rientrare alla sua casina entro mezzanotte per depositare la sua parte d’oro e la strada era lunga e aveva solo pochi minuti, così sparì all’improvviso e Thory si ritrovò solo e spaesato. Eppure, lasciò che i piedi andassero da soli, imbroccò la strada giusta e giunse sano e salvo al suo tugurio che quasi non conteneva tutto quell’oro. Da quel giorno Thory divenne un uomo ricco e stimato e in paese tutti impararono il valore inestimabile della cultura e quanto i libri possano arricchire la vita di un uomo.
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mercoledì 12 febbraio 2014
Italo Calvino: Fiabe italiane
Italo Calvino nasce a Santiago de Las Vegas, nell'isola di Cuba, nel 1923. Egli è stato un importantissimo scrittore italiano, nonchè internazionale; in gioventù partecipò anche alla Resistenza come partigiano. Intellettuale di grande impegno politico,è stato uno dei narratori italiani più importanti del Novecento. Il padre Giacomo Calvino, era un agronomo originario di Sanremo, mentre la madre, Eva, era una docente universitaria di Matematica. Sin dalla prima giovinezza Calvino compone opere che hanno subito grande rilievo, ma diviene famoso dopo la pubblicazione della rivista intitolata "Menabò" e dopo il lungo viaggio negli Stati Uniti che lo rese uno scrittore di fama internazionale. Molto spesso, dopo il suo ritorno, viene chiamato a partecipare a conferenze in tutte le maggiori città europee.Dopo una vita piena di soddisfazioni culturali e sociali, il 6 settembre 1985, all'età di quasi 62 anni, muore colpito da un ictus.
Fiabe italiane è una raccolta di fiabe uscita nel 1956 nella collana "I millenni" edita da Einaudi. Il volume è composto di tre sezioni che comprendono rispettivamente, le Fiabe del nord, le fiabe del centro e le fiabe del sud. Ciò significa che Calvino ha voluto riunire in un solo libro tutte le fiabe tratte dalla tradizione popolare italiana regione per regione. Infatti il titolo completo del libro è: Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino.
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