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lunedì 2 marzo 2015

Arrivederci piccoli lettori!

Ciao a tutti Piccoli Lettori!

Anche quest'anno il ciclo di incontri è giunto al termine, non senza un po' di dispiacere da parte delle vostre "maestre" che durante questi otto incontri vi hanno guidato nel mondo della mitologia e si sono affezionate tanto a voi. Per il secondo anno di fila il progetto "Piccoli Lettori Crescono" si è svolto regolarmente e ha riscosso abbastanza successo presso voi bambini; ne siamo molto felici! Per noi volontari del comune di Racconigi sono stati due piccoli grandi successi! Quando abbiamo stilato il progetto di questi incontri, a ottobre 2013 e settembre 2014 non pensavamo certo che a voi Piccoli questo ciclo di lezioni sarebbe piaciuto così tanto e che avreste partecipato così numerosi. Siamo stati ben lieti, infatti, di raccogliere le 120 adesioni quest'anno, e di accogliere una media di 40-50 Piccoli lettori ad ogni incontro.
L'esperienza che abbiamo vissuto insieme è stata estremamente formativa... non per voi Piccoli Lettori, ma per noi maestre! E' stato molto bello riscoprire insieme il mondo delle fiabe e degli antichi miti e insieme il Vostro mondo di bambini. Siamo stati molto felici di vedervi arrivare ogni sabato armati di entusiamo e di voglia di scoprire qualcosa di nuovo, voglia di ascoltarci, ma soprattutto di stare insieme, di fare un percorso insieme. Un percorso che certamente ci ha arricchito tutti, Piccoli Lettori e Grandi Lettori.
Speriamo che tutto il nostro lavoro sia stato da voi apprezzato e che vi siate divertiti almeno un pochino! Ma soprattutto speriamo di rivedervi il prossimo anno.. noi ci impegneremo sicuramente per reiterare il progetto e rinnovarlo con contenuti e modalità sempre nuovi. A proposito... noi volontari del comune di Racconigi saremmo ben contenti di sapere che cosa pensate di Piccoli Lettori, che cosa vi è piaciuto, e anche che cosa non vi è piaciuto, cosa possiamo riproporre nei prossimi cicli e che cosa invece andrebbe migliorato. Potete scriverci cosa ne pensate all'indirizzo e-mail piccolilettori.racconigi@gmail.com oppure lasciare un commento a qualunque post di questo blog. Leggeremo tutto quello che avrete da dirci e risponderemo sicuramente!

Nell'attesa delle vostre e-mail, vi lasciamo il programma completo suddiviso lezione per lezione su questo Blog (che continuerà ad essere aggiornato, non dimenticatevi l'indirizzo perché il prossimo anno continueremo a utilizzarlo!), potete rileggere i brani che abbiamo letto insieme durante i nostri incontri, oppure cercare letture nuove sull'argomento.. noi continueremo a proporvene ancora nei prossimi mesi.
infine vi consiglio di "ripassare" gli argomenti di ogni incontro perché saranno oggetto del Grande Gioco della festa finale! Quindi, mi raccomando, rileggete tutto bene!!!

In attesa di rivederci finalmente alla Festa dei Piccoli Lettori (per sapere QUANDO, COME e DOVE si svolgerà, fate affidamento alla sezione NEWS E NOTIZIE di questo stesso sito), vi salutiamo con un grande abbraccio!
Ciao Piccoli Lettori!
Non smettete MAI di leggere!

Serena
Giada
Chiara L.
Giulio
Chiara C.
(e tutti gli altri volontari che ci hanno assistito in questo bel percorso)


domenica 1 marzo 2015

Incontro VIII - Mitologia delle civiltà precolombiane - Racconto



L’origine del sole e della luna secondo un antico mito brasiliano
Una volta, tanto tempo fa, Sole se ne andò a caccia nella foresta e trovò due pappagalli così piccoli che non sapevano neanche volare. Le loro piume verdi erano talmente belle che il cacciatore decise di portarseli a casa e di regalarne uno a Luna, il suo compagno e amico. Ogni giorno Luna e Sole davano da mangiare ai pappagallini e insegnavano loro una parola nuova, finché gli uccelli diventarono grandi, forti e capaci di parlare come una persona. Un giorno, un pappagallo disse all’altro: «Sole e Luna mi fanno davvero pena. Tornano a casa stanchi e non hanno nessuno che pesti il mais per loro.» Ed ecco, un attimo dopo i due pappagalli si erano trasformati in ragazze dai lunghi capelli neri: una preparava da mangiare e l’altra stava di guardia, per paura che arrivasse qualcuno e le vedesse in quel nuovo aspetto. Verso sera Luna e Sole tornarono dalla caccia, e mentre si avvicinavano a casa sentirono uno strano rumore: pum-pum, pum-pum...Sole appoggiò l’orecchio a terra e disse:«Forse sono i passi di un animale che attraversa la foresta!» Il rumore diventava sempre più forte, sempre più forte, e quando i due cacciatori furono quasi sulla porta di casa, Luna esclamò: «Non è un animale! Sembra che qualcuno stia pestando il mais con forza, come se avesse una gran fretta.»«Hai ragione» disse Sole «in casa dev’esserci qualcuno, andiamo a vedere.» Ma nel momento stesso in cui entrarono, il rumore cessò: la capanna era vuota, a parte i due pappagalli appollaiati su un trespolo. «Guarda!» disse Sole. «Per terra ci sono impronte di piedi, ma chi può averle lasciate?» «E il mais è pronto» aggiunse Luna. «Chi lo avrà pestato? Qui ci sono solo i pappagalli, e, anche se volessero, non sarebbero capaci di fare una cosa simile.» Era proprio un mistero! Per quanto ci pensassero, Sole e Luna non riuscivano a trovare una soluzione. Il giorno dopo fu lo stesso: prima sentirono il rumore, poi trovarono le impronte di passi e il mais pestato. E intorno, nessuno. Allora decisero che avrebbero fatto finta di andare a caccia e si sarebbero nascosti accanto alle due porte di casa. Così, appena il solito pum, pum si fosse fatto sentire, si sarebbero precipitati dentro per sorprendere i misteriosi visitatori. E infatti, dopo un po’, ecco il rumore del bastone che batteva il mais, ecco voci e risate di ragazze! Sole e Luna entrarono di corsa, uno da una porta e uno dall’altra. In casa c’erano due bellissime ragazze dai capelli lucenti, che vedendosi scoperte abbassarono gli occhi.«Ecco chi ci preparava da mangiare! » disse Sole, rivolto alla più graziosa. «Ma chi siete, e da dove venite?»«Siamo i pappagalli, non l’hai ancora capito?» rispose la ragazza. «Ogni mattina ci trasformiamo in esseri umani e pestiamo il vostro mais, visto che non c’è una moglie a farlo per voi.»«Una moglie? Che buona idea!» disse Luna. «Non vi piacerebbe sposarci?» Così Sole e Luna si sposarono con le ragazze-uccello, e siccome la casa era troppo piccola per tutti e quattro, decisero che Sole e sua moglie l’avrebbero usata di notte, mentre gli altri due ci avrebbero vissuto durante il giorno.Ed è per questo che non li si vede mai insieme: perché quando uno se ne sta a casa l’altro va in giro.

Incontro VI - le divinità femminili del pantheon norreno - Racconto



      I capelli di Sif e la bocca di Loki
Preso da quella strana malattia che è la noia, fonte di tutti i mali e del desiderio di nuove sensazioni, un giorno Loki catturò Sif, la bella compagna di Thor. Le bionde chiome della leggiadra signora delle messi stuzzicarono la cattiveria di Loki che, spinto da una ìrrefrenabile smania, iniziò a tagliarle, incurante delle lacrime che solcavano il viso della dea. In breve tempo, lavorando con demoniaco impegno, i bei capelli caddero tutti al suolo, mostrando il triste spettacolo di un cranio femminile rasato a zero. Contemplando la sua opera, l'infame Loki sghignazzava, pago della sua gratuita malvagità. La povera Sif, preda dello sconforto più assoluto, riuscì a liberarsi e, correndo a più non posso, si rifugiò tra le possenti braccia del marito. Il signore del tuono, al quale Sif, singhiozzando, aveva raccontato dell'affronto subito, si precipitò ad Asgardh, deciso a farla finita una volta per tutte con quell'insolente dì Loki. Solo l'abilità oratorìa, quel suo eloquio mielato, salvarono Loki da una morte orribile: promise a Thor che si sarebbe recato tra gli Elfi scuri per farsi confezionare una chioma d'oro del tutto simile, se non più bella, a quella naturale che aveva Sif. E, forse nel tentativo di ingraziarsi le altre divinità promise che avrebbe portato altri strabilianti oggetti, dotati di magiche virtù, che non avrebbero fatto rimpiangere le preziose ciocche da lui recise.
Inabissatosi nei tortuosi labirinti che conducevano nelle oscure viscere della terra, Loki giunse nel territorio dei nai da tutti chiamati «figli di Ivaldi» dal nome del loro progenitore. Ben conoscendo le straordinarie capacità degli Elfi, Loki non ebbe difficoltà a farsi forgiare una magnifica parrucca di bellissimi fili d'oro lucente, abbaglianti più del sole. I portentosi artigiani, depositari di arcaici segreti, gli costruirono anche la nave Skidhbiandnir, vascello di inestimabile valore che una volta messo in mare, aveva sempre il vento favorevole, anche se regnava la bonaccia. Inoltre, pronunciando delle formule magiche, si rimpiccioliva al punto da potersi agevolmente mettere in una tasca. Ma la strabiliante sapienza dei nani non conosceva limiti: forgiarono anche Gungnir, una sensazionale lancia capace di affrontare da sola il nemico, inseguendolo fino a colpirlo senza pietà. 
Ormai Loki aveva ricevuto doni sufficienti a lenire la rabbia degli dèi e poteva tornare nella cittadella divina. Ma, sempre alla ricerca di nuove occasioni di scommessa, entrò nella bottega dei fratelli Brokk ed Eitri, due fabbri. Adoperando il suo usuale tono altezzoso, Loki iniziò a disprezzare il lavoro dei due artigiani, affermando che non sarebbero mai stati capaci di realizzare tre oggetti paragonabili, per bellezza e funzione, a quelli che aveva con sé. I due fratelli accettarono la sfida e si misero al lavoro: Brokk prese una pelle di porco e con cautela, la pose sulla fucina, raccomandando al fratello di soffiare con il mantice fino al suo ritorno, senza mai fermarsi, qualsiasi cosa accadesse. Eitri, seguendo le istruzioni del fratello, manovrava con lena il pesante mantice, mantenendo la brace ardente. All'improvviso entrò nella bottega, annunciata da un fastidioso ronzio, una grossa mosca. L'insetto andò a posarsi proprio sulla mano del nano, disturbando non poco il suo lavoro. Alcuni insinuavano che fu lo stesso Loki, ricorrendo ad uno dei suoi truffaldini travestimenti, a molestare Eitri, tentando così di distoglierlo dal compito assegnatogli da Brokk. Difatti l'insetto punse con forza la mano di Eitri, che però continuò, nonostante il dolore, a soffiare con il mantice. Giunse allora Brokk che, compiaciuto con il fratello per la sua abnegazione, tolse il primo prodotto da esibire nella sfida con il dio: era un magnifico cinghiale, il cui dorso non era ricoperto da normali setole, ma da sottilissimi fili d'oro. Naturalmente il cinghiale fu chiamato Cullinbursti, «setole d'oro». Brokk, non dimenticando che dovevano presentare tre oggetti, si rimise a lavoro. Questa volta, come materiale di fusione, adoperò dei lingotti d'oro massiccio. Eitri riprese il suo posto al mantice e prese a far aria con potenza, mentre Brokk uscì dalla bottega raccomandandogli di non smettere fino al suo ritorno. La solita mosca - insetto nato per innervosire la gente - iniziò a volteggiare sopra la testa dell'artigiano e, seguendo un suo preciso piano di disturbo, lo punse sul collo. Conscio dell'importanza del compito affidatogli, Eitri strinse i denti e, sopportando un dolore ancora più acuto, continuò fino a quando non vide il fratello. Poco dopo arrivò Brokk e, costatato che la mosca non aveva compromesso il lavoro del fratello, estrasse dalla fucina un meraviglioso anello. L'aureo cerchietto aveva lo strano potere di riprodursi ogni nove notti in otto esemplari identici come gocce d'acqua: proprio per questo motivo lo chiamarono Draupnir, «che gocciola». Bisognava fabbricare un altro oggetto, altrettanto portentoso come i primi due. Brokk, che era la «mente», pose sulla fucina del ferro e, ancora una volta, rammentò al fratello - il «braccio» - che tutto sarebbe stato inutile se egli avesse smesso, anche per un solo istante, di soffiare con il mantice fino al suo ritorno. Inutile dire che la mosca, animata sicuramente da qualche potenza demoniaca, ricomparve e, ronzando incessantemente, si avvicinò ad Eitri. L'insetto punse l'indefesso fabbro proprio su una palpebra e, immediatamente, dei rivoli di sangue gli rigarono il volto, impedendogli di vedere ciò che stava facendo. Solo allora, e per un attimo, Eitri tolse una mano dal mantice per cacciar via la mosca. In quell'istante ritornò Brokk e dicendo che tutto stava per essere rovinato irrimediabilmente trasse dalla fucina un martello. A causa dell'incidente il martello aveva un piccolo difetto: il manico era un po' corto. Ma per il resto, che oggetto eccezionale! Una volta scagliato contro un qualsiasi obiettivo, lo raggiungeva infallibilmente, riducendolo in minuscoli frantumi. Come se non bastasse, esaurita la sua missione di distruzione, ritornava nelle mani del lanciatore come un boomerang. Inoltre, con appositi incantesimi, il martello poteva diventare tanto piccolo da essere nascosto in una tasca. Arma onnimaciullante, il martello fu chiamato Mjdlnir ' «che frantuma».
I due nani potevano considerarsi, e a ragione, orgogliosi di simili prodigiosi prodotti e, confidando in una sicura vittoria, Brokk si recò nella cittadella divina per confrontarsi con Loki. Il sacro concilio degli Asi, riunitosi per l'occasione, designò Odino, Thor e Freyr arbitri supremi della sfida. Loki mostrò i suoi tesori: donò Gungnir, ad Odino, magnificandone le doti; a Thor consegnò l'aurea parrucca dicendogli che, una volta poggiata sul cranio di Sif, i filamenti si sarebbero radicati come veri capelli, crescendo splendenti sempre più; la nave Skidhbladnir fu consegnata a Freyr e anche questa volta Loki descrisse con sapiente aggettivazione le doti nascoste del suo dono. I tre oggetti riscossero l'ammirazione degli dèi che, ammaliati anche dall'eloquenza di Loki, non riuscivano ad immaginare nulla che potesse soltanto eguagliarne il valore. Fu poi la volta dell'operoso nano: porse al padre degli dèi l'anello Draupnir, raccontando la sua eccezionale capacità di autoriproduzione, facendo balenare davanti agli occhi divini lo spettacolo delle montagne d'oro che se ne potevano ricavare, pose Mjdìnir nelle mani di Thor, al quale descrisse il fenomenale potere distruttivo dell'arma, sottolineando che contro di essa nulla avrebbero potuto i giganti; a Freyr regalò il cinghiale dalle setole d'oro, dicendogli che avrebbe potuto cavalcarlo sia in cielo che in terra o sulle onde del mare, anche di notte, perché le sue setole avrebbero illuminato il tragitto, lasciandosi dietro una scia luccicante che i comuni mortali avrebbero scambiato per stelle cadenti. La sacra giuria senza esitazioni decretò la vittoria del fabbro, poiché, dissero, i suoi doni erano preziosi, ma anche utili. Il rnartello, ad esempio, sarebbe stata l'arma migliore per difenderli dall'arroganza dei giganti. Infine, come si era soliti fare in quelle occasioni, condannarono Loki a consegnare la sua testa a Brokk. L'abile architetto di tante truffe, il signore del sotterfugio, vide andare in frantumi tutta la sua perfida sapienza: a nulla, infatti, valsero le sue offerte, formulate ricorrendo a quell'arte della persuasione che più di una volta lo aveva salvato da simili pericoli. Il fabbro fu irremovibile: a nessun costo avrebbe rinunciato alla testa di un simile spaccone. A Loki, «vergogna degli Asi», non restò che ricorrere ad una ignominiosa fuga: calzate magiche scarpe che gli consentivano di correre sull'acqua e attraverso il cielo, il dio iniziò una frenetica corsa e, deludendo sia il nano che gli dèi, sparì. Thor, che non poteva sopportare l'ombra di vigliaccheria piombata sugo dèi, scopri il rifugio di Loki e lo catturò, consegnandolo subito a Brokk. Protetto dal più forte degli Asi, l'artigiano si preparava a staccare la testa dei suo sfidante quando, sottilizzando sul significato letterale delle parole, Loki disse che poteva fare tutto ciò che voleva della sua testa, ma doveva lasciare intatto il collo: avevano scommesso la testa, nient'altro che la testa. Di fronte a tanta sfacciataggine, Brokk non si perse d'animo e, deciso ad umiliarlo fino in fondo, prese un coltello e dello spago e tentò di forare le labbra di Loki: voleva cucirgli la bocca, per impedirgli di pronunziare altre parole di sfida o di disprezzo.
Ma il coltello non tagliava. Il fabbro, recitando una delle sue segrete formule, fece aprire dal nulla la lesina con cui erano soliti, lui ed il fratello, forare le pareti. Questa volta le labbra del dio perdente vennero trafitte con facilità e lo spago potè passre tra i fori e sigillarle. Loki aveva avuto una giusta punizione: si trattava di un supplizzio dolorosissimo per lui, abituato a costruire frasi pompose, compiacendosi al solo loro suono. Purtroppo, poco dopo, Loki riuscì a strappre i pur forti nodi e, ormai libero, potè continuare ad imbastire tranelli avvalendosi del suo eloquio forbito.
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domenica 25 gennaio 2015

Quarto incontro: mitologia Celtica - Chi trova un Leprechaun trova un tesoro (Racconto)


Thory era orfano di padre e di madre e lavorava nelle miniere di Foggy Hill. A lui toccava trasportare il carbone fino ai carri che sostavano fuori dal recinto. Così, con una vecchia carrettina sgangherata, andava tutto il giorno avanti e indietro, sotto il sole o sotto la pioggia, con il caldo o con il freddo, con la schiena piegata, le gambe stanche, le braccia a pezzi. Aveva iniziato quel lavoro da bambino e ora che aveva quindici anni, già non ne poteva più. Pensava che non avrebbe retto a lungo e i suoi compagni di lavoro non gli davano torto perchè Thory era diverso da tutti loro e possedeva qualcosa di speciale. Il suo aspetto era elegante nonostante indossasse vecchi cenci logori e il suo portamento era signorile nonostante le spalle incurvate per la fatica. Sapeva appena leggere e scrivere, ma spendeva tutta la sua misera paga in libri. Ne leggeva in gran quantità, di ogni tipo. Tutte le sere, chiuso nel suo tugurio si stendeva sul pagliericcio e leggeva a lume di candela. Leggendo leggendo, Thory acquisì un mucchio di conoscenze in ogni campo. Si interessò soprattutto di fate e folletti e queste creature divennero suoi migliori amici. Di giorno ne parlava ai suoi colleghi e di sera si rivolgeva a loro in colloqui immaginari. Era affascinato in particolare dai Leprecauni che i suoi libri descrivevano come omini piccoli piccoli che abitavano in casupole nelle radici degli alberi e facevano i ciabattini, anche se fabbricavano solo scarpe sinistre, mentre al piede destro indossavano solo una calza rossa. I Leprecauni erano molto ricchi, ognuno di loro possedeva, nascosta chissà dove, una pentola piena di schegge d’oro. Thory pensò che anche solo qualche scheggia d’oro sarebbe stata sufficiente a comprare una casa, un podere e qualche mucca e a toglierlo così per sempre dalla miseria e dalla miniera. Ma come trovarle, senza un Leprecauno disposto a indicargli il nascondiglio segreto della pentola? Allora si fece prestare una lente d’ingrandimento e adottò un segugio che aveva perso il suo padrone e Iniziò così a perlustrare tutte le foreste della zona centimetro per centimetro. Ogni albero era ispezionato con attenzione, mentre il cane si occupava delle radici, Thory controllava con la lente tutte le fessure della corteccia. Ogni macchia rossa nel sottobosco gli sembrava un cappello e a ogni piccolo rumore credeva di essere vicino alla botteguccia del ciabattino. Nonostante tutti questi sforzi, Thory non trovò niente. Cominciò allora ad uscire nei boschi anche di notte sperando di incontrare i folletti usciti per danzare al chiaro di luna, ma non servì a nulla. Povero Thory! I compagni di miniera pensarono che fosse uscito fuori di senno e lui stesso non trovava più pace. Ma ecco che un giorno, quando meno se l’aspettava, accadde l’incredibile. Come sempre era intento a trasportare la sua carriola avanti e indietro ed era così stanco che camminava come una lumaca e davanti agli occhi aveva sempre i suoi leprecauni e per questo inciampava e sbandava e non ascoltava neanche le voci di chi gli diceva di fare attenzione. A un tratto, tra gli schiamazzi generali, udì una vocina flebile flebile che diceva:- quando ti degnerai di darmi retta? Non ne posso più di tutto questo carbone, finirò per rovinarmi i polmoni e morire in questa carriola se non ti giri! E quando infine si voltò, vide un omino tutto nero di carbone agitarsi nella carriola e stentò a riconoscerlo:- Ma tu chi sei? – Chi sono io? Non ti sono serviti proprio a niente tutti quei libri che hai letto! Mi hai cercato dappertutto e ora che ti sto davanti non mi riconosci? Thory non credeva alle proprie orecchie e per l’emozione gli si attorcigliava la lingua e le parole gli si strozzavano in gola. _ Sì mio caro, sono un Leprecauno e ti cerco da almeno qualche secolo. Le nostre tris-tristrisavole erano sorelle e noi siamo cugini di non so più quale grado! Questo era davvero troppo! Parente di un Leprecauno? Possibile mai? Con mano tremante Thory raccolse l’omino e lasciò la miniera in pieno giorno. Quella faccenda era troppo strana, voleva vederci chiaro. I compagni, osservandolo andar via bianco come un cencio e con in mano un mucchietto di carbone pensarono che fosse ammattito del tutto! E invece… arrivato al tugurio di Thory il Leprecauno si ripulì, si sfamò con un po’ di latte e raccontò al cugino la sua vita e le parentele che li univano. Il folletto si commosse nel vedere in quale miseria vivesse il cugino e senza aspettare che questi parlasse del tesoro , gli disse:- Come sai, ogni Leprecauno possiede un gruzzolo di monete d’oro che gli viene donato poco per volta, di anno in anno, nella notte di Ognissanti. Poiché nelle tue vene scorre sangue fatato, anche tu hai diritto alla tua porzione di oro magico. Quest’anno verrai con me alla radura fatata e ti prenderai ciò che ti spetta. Anche se mancavano solo pochi giorni, a Thory quella notte sembrava non arrivare mai, poi finalmente, la sera della vigilia, il Leprecauno lo condusse nel folto della foresta, nei pressi di un laghetto che si apriva dietro un enorme cespuglio reso ancora più grande dalle tenebre della notte. Era un luogo meraviglioso che Thory, pur conoscendo il bosco come le sue tasche, non aveva mai visto prima. I raggi di luna danzavano sullo splendido specchio d’acqua facendo mille figure con i riflessi argentati, gli uccellini della foresta, assiepati sui rami degli alberi, facevano da musicisti coi loro canti e gli animali convenuti sulla riva si gustavano estasiati le danze. Alla prima pausa, il Leprecauno e Thory fecero tre inchini, avanzarono di tre passi e si chinarono per tre volte a raccogliere nel palmo della mano un po’ d’acqua per lavarsi il viso. Era il rito della purificazione necessario per accedere alla radura incantata la notte successiva. Fatti altri tre inchini, i due si ritirarono e Thory fu sorpreso di vedere dietro di loro una lunga fila di leprecauni in attesa di purificarsi. L’indomani, verso il tramonto, Thory e il folletto attraversarono la strada principale del paese, giunsero alla piazza, presero a destra, a sinistra e poi ancora a destra mentre la strada si faceva sempre più ripida. Alla quarta curva arrivarono a un abbeveratoio che Thory non ricordava di aver mai visto. Bevvero tre sorsi d’acqua e ripresero il cammino, ma da quel punto in poi, Thory proseguì come un sonnambulo dietro le orme del folletto, finchè giunsero a una radura. Qui gli occhi del giovane tornarono ad a aprirsi. Era notte, ma il paesaggio era illuminato a giorno da una luna splendente. Erano circondati da pioppi alti e fruscianti e nel mezzo sorgeva un gigantesco biancospino dai fiori candidi e rilucenti. Il loro profumo attrasse come per magia i due visitatori ai piedi del cespuglio che, chinato un ramo, li accolse nei petali di due corolle. Thory si ritrovò così nel fortino dei leprecauni fatto di tante stanze, tutte splendenti d’oro. Il folletto lo guido al camerino dove c’era il tesoro che lo aspettava da secoli: tre monete d’oro lucenti e grandi come una padella. Thory si chinò per raccogliere il primo pezzo d’oro e quando lo accostò al sacchetto, la moneta si trasformò in una meravigliosa cascata d’oro e lo stesso accadde con le altre due: piovvero così tante schegge d’oro che la saccoccia di Thory dovette dividersi magicamente in almeno altri venti sacchetti e altrettanto magicamente il giovedì riuscì a caricarsi tutto quell’oro e a portarlo fuori. Appena usciti dal biancospino il folletto disse addio al cugino. Doveva rientrare alla sua casina entro mezzanotte per depositare la sua parte d’oro e la strada era lunga e aveva solo pochi minuti, così sparì all’improvviso e Thory si ritrovò solo e spaesato. Eppure, lasciò che i piedi andassero da soli, imbroccò la strada giusta e giunse sano e salvo al suo tugurio che quasi non conteneva tutto quell’oro. Da quel giorno Thory divenne un uomo ricco e stimato e in paese tutti impararono il valore inestimabile della cultura e quanto i libri possano arricchire la vita di un uomo.

Quarto incontro: Mitologia Celtica - Dei e creature magiche del Tir Na Nog

Chi sono le divinità irlandesi?

Nelle tradizioni irlandesi, i Túatha Dé Danann («popolo della dea Danu» o «dio la cui madre è Danu») furono il quinto dei sei popoli preistorici che invasero e colonizzarono l’Irlanda prima dei Gaeli. Si ritiene che essi vadano identificati – in tutto o in parte – con gli dèi adorati dagli stessi Gaeli. Ma chi sono questi dèi/uomini di cui parlano le leggende e quali sono i loro numi tutelari?


Dagda : è una divinità della guerra, conosciuto anche come Eochaid “colui che combatte con il tasso” o Ollathair “padre potente”. Era detto il Dio Buono, perchè era lui ad esaudire la maggior parte delle preghiere, dominava il tempo e si assicurava che i campi fossero fertili. Possiede un’arpa magica, capace di suscitare molteplici emozioni, ma la sua arma è una clava che ha il potere di riportare alla vita (secondo alcune leggende è il possessore del calderone della resurrezione).


Nuada : era il primo re dei Tuatha De Danann. Era chiamato
anche Airgetlám “mano o braccio d’argento” perchè perse l'arto nella prima battaglia di Magh Tuiredh. Bisogna ricordare che la spada di Nuada è uno dei quattro tesori dei Tuatha.

Lugh : indicato anche come Lugh “figlio del Sole” o “il luminoso”, Lewy “dalla lunga mano (Làmfata)” o Lugu, è protettore dei mercanti e dei viaggiatori. E' la divinità solare per eccellenza. Padroneggia tutte le arti, e
diviene Re dei Tuatha De Danann dopo la seconda battaglia di Magh Tuiredh. E’ possessore del secondo dei quattro tesori, la lancia Slèabua che dona l’invincibilità; viene raffigurato biondo e senza barba, con la lancia in mano. La leggenda vuole che sia il padre del famoso eroe irlandese CuChulainn. A Lugh è dedicata la festa celtica di Lughnasad.

Ogma : o Ogmios è il Dio della forza e della battaglia, ma anche della scrittura. Dal suo nome, infatti, deriva l’antica scrittura Ogam, conosciuta solamente dalla casta sacerdotale e considerata uno dei Misteri della religione celtico irlandese. Ogma è anche colui che tramite la scrittura pratica la magia, incantando un oggetto. La sua figura è legata all’Aldilà, il dio è colui che conduce le anime nel mondo dei morti. Spesso è associato a Lugh e viene considerato la sua parte oscura.

Manannan : o Mac Lir è il Dio del mare e di ogni vento; era presente nei culti precedenti all’avvento dei Tuatha, tuttavia lo si considera all'interno di questo pantheon. Manannan, conosciuto anche come Orbsen od Oirbsen, è il protettore di ogni isola sacra. Si dice che regni sovrano nel Tir na Nog. Il suo nome deriva dall’Isola di Man, mentre Mac Lir significa semplicemente “figlio del Mare”.


Brigit : è la dea protettrice dei druidi, dei guerrieri, degli artigiani, dei poeti e dei guaritori. Aveva come epiteti Belisama “colei che brilla molto”, Brigantia “l’altissima” e Bricta “brillante”. Dopo la cristianizzazione dell’Irlanda, Brigit divenne “Santa Brigida” nutrice di Gesù. Infatti la notte tra l’1 e 2 febbraio, originariamente la festa di Imbolc, è ora dedicata alla santa.



Morrigan : è la Dea Irlandese della morte e della battaglia. Padrona della metamorfosi, ama cambiare forma quando gli eventi lo richiedono: appare spesso come un corvo sui campi di battaglia, e nella saga di CuChulainn, appare all’eroe diverse volte in svariate forme. Secondo la leggenda veste di rosso, come rossi sono i suoi capelli, poiché il rosso è il colore dell’Aldilà. È possibile vederla mentre guida il suo carro, trainato da un cavallo fantasma. Molti pensano che la dea Morrigan sia uno degli aspetti di Danu stessa.


Danu : o Dana in Irlandese moderno, è la madre dei Tuatha de Danann (che significa
appunto “genti della dea Danu”). La sua figura è presente in quasi tutte le tradizioni celtiche, protettrice delle madri e delle partorienti, simboleggia la Terra e la natura incontaminata.


Che cos'è il Tir na Nog?
Il Tir na Nog (la terra dell’eterna giovinezza) è uno degli altri mondi della mitologia celtica. Qui risiedono i Tuatha de Danann e il cosidetto “piccolo popolo”, composto da fate, folletti, gnomi e altre creature. Il Tir na Nog è un’isola lontana, che a volte appare tra le nebbie, altre volte è raggiungibile attraverso lunghi viaggi; talvolta sono gli elfi o le fate ad invitarvi gli umani. Qui la morte e la malattia non possono giungere, in questo mondo esistono solo le cose piacevoli della vita. In numerosi racconti ( come in quello di Finn) l’eroe che visita queste terre si trova talmente affascinato dalla bellezza della vita che per qualche tempo vi rimane per un paio di giorni. Tornato in patria, puntualmente, scopre di aver trascorso lontano da casa lunghissimi periodi di tempo (nel ciclo arturiano Morgana visita questo mondo e vi rimane intrappolata per dieci anni, anche se a lei paiono pochi giorni). 


Le Creature Magiche di Irlanda


Il Leprechaun
Il nome bizzarro deriva dal gaelico “leath bhrogan” che significa “calzolaio”. Il nostro minuscolo ometto, infatti, è l’unico in tutto il popolo dei folletti ad avere un’attività: il leprechaun s’industria al suo deschetto per fabbricare le scarpe che i suoi colleghi folletti consumano a furia di gighe sfrenate; forse è per questo che, un po’ frustrato dalla sua situazione lavorativa, lo si trova quasi sempre vagamente alticcio. Il leprechaun è anche il guardiano di favolosi tesori, di solito monete d’oro custodite in un pentolone situato alla fine dell’arcobaleno. Lui sa dove finisce, voi no, e così se il dorato metallo vi fa gola, dovete tentare di catturarne uno!
METODO DI CATTURA: ritagliate un’apertura superiore in una scatola di cartone dipinta di verde e dissimulate l’ingresso con un pezzo di carta piuttosto spesso, in grado di sostenere il peso di qualche moneta. Piazzate la trappola su un cespuglio o tra i rami bassi di un albero, e dissimulatene la presenza con erbe, trifogli e quant’altro. Se avete fatto tutto per bene, il leprechaun, attratto dalle monete, cadrà dentro la scatola, dove voi avrete predisposto anche un bel bicchierino di potcheen, con il quale l’ingordo nanetto si sbronzerà, rendendo la cattura un gioco da ragazzi! Attenzione (!!!) Essendo una creaturina furba e velocissima, non mollatelo finchè non vi avrà condotto alla pentola d’oro e non accettate nessuna delle due monete che egli porta nella sua borsa: la moneta d’argento ritorna magicamente nel suo borsellino ogni volta che viene spesa, mentre quella d’oro si trasforma in cenere, foglie secche o pietra nelle mani dell’ingenuo che l’ha presa in pagamento per la libertà del malefico piccoletto.
Ma, direte voi, come faccio ad acchiappare qualcosa se non so neppure com’è fatto? Presto detto: il leprechaun è piccolo, con vestiti verdi di vecchia foggia ed un cappello con fibbia estremamente comune; possiede barba e capelli rossi, fuma una pipa in terracotta e ha curiose scarpe dotate di fibbia (come il cappello).
La Banshee
Il nome deriva dal gaelico “bean-sidhe”, che significa quasi letteralmente “fata donna”. L'ululato altissimo, sinistro e straziante della Banshee annuncia la morte imminente di un membro delle 5 casate anticamente più rinomate d’Irlanda: O’Neill, O’Grady, O’ Brien, O’Connor e Kavanagh.
Di solito avvolta in un lungo mantello grigio con tanto di cappuccio, l’orribile vecchiaccia menagramo (che può assumere però anche l’aspetto di una fanciulla soave o di una imponente matrona) è conosciuta in alcune zone d’Irlanda come “bean-nighe” cioè “lavandaia”, in quanto è stata spesso vista nell’atto di lavar via le macchie di sangue dagli abiti di coloro che stanno per morire.
Il lamento della banshee viene descritto in molti modi, simile al verso di un gufo, oppure basso e melodioso, o ancora talmente acuto da far esplodere i vetri.
La Mermaid
La parola gaelica “moruadh” deriva dall’insieme di "muir" (mare) e "oigh" (fanciulla). La Mermaid è una creatura marina metà donna e metà pesce, che può assumere le sembianze umane (cioè farsi spuntare le gambe al posto della coda) e mescolarsi fra la gente. Particolarmente avvenenti, si innamorano spesso dei marinai umani e intrattengono con loro relazioni clandestine. Per poterle legare definitivamente ad una vita sulla terra ferma, è necessario sottrarre loro il cappellino rosso piumato (cohullen druith) che indossano abitualmente, senza il quale è preclusa loro ogni possibilità di ritorno agli abissi marini. La faccenda del cappellino è valida però solo per le sirene delle spiagge del Kerry, di Cork e di Waterford, poichè le signorine del nord viaggiano a capo scoperto e si avvolgono, di solito, in una pelle di foca: anche in questo caso il furto della pellicciotta impedirà alla sirena (denominata “selkie”) di rituffarsi tra le onde e tornare alla sua umidissima magione sottomarina. Una moglie sirena può costituire un buon affare, perché si dice che porti ricchezza e fortuna al marito. Però, se riuscisse a ritrovare il cappellino (o la pelle di foca) sottrattole, questa dolce creatura marina scapperebbe abbandonando marito e figli senza alcun rimpianto.

Il Pooka
Il Pooka è un emerito rompiscatole, in grado di assumere varie sembianze e combinare un sacco di guai. Di volta in volta può assumere l’aspetto di un cavallo nero dagli occhi gialli, che galoppa selvaggiamente per ogni dove, rovinando i raccolti e schiacciando sotto gli zoccoli il bestiame, oppure può apparire come un folletto deforme, che reclama una parte del raccolto (per accontentarlo, i mietitori tralasciano a volte alcune strisce di messi).
Qualunque sia l’aspetto prescelto per le sue apparizioni, ‘sto disgraziato è come un medicinale con gravi effetti collaterali: le galline non depongono più le uova, le vacche non danno più latte, e i malcapitati viaggiatori che hanno la sfortuna d’incontrarlo durante le sue scorribande notturne presto incappano in un fossato o in qualche zona pantanosa.
Il primo novembre è il giorno sacro al Pooka che, per celebrarlo degnamente, fa sì che le more selvatiche colte dopo quel giorno siano tutte rovinate; insomma, trattasi di spirito animale maligno e dispettoso, da evitare assolutamente.



Il Changeling
Le fate irlandesi non sono buone madri, ecco perché spesso prendono i loro neonati (brutti sgorbi deformi, spesso zoppi e gobbi, grinzosi e malaticci) e li sostituiscono nella culla, rapendo qualche frugoletto umano dall’aspetto adorabile.
Il sostituto che viene così brutalmente abbandonato - chiamato changeling - non ha vita lunga, ma nei suoi pochi anni ne combina veramente parecchie. Innanzitutto frigna sempre, con acuti strilli insopportabili per le orecchie umane, ha sempre fame, ma soprattutto tende ad attirare la sfortuna più nera sulla casa dei malcapitati genitori forzatamente adottivi. Ma siccome “ogni scarrafone è bello a’ mamma (adottiva) sua”, anche ‘sto misero sgorbio qualche pregio ce l’ha: per esempio è bravissimo a fare musica e sa suonare magistralmente il flauto di latta (tin whistle) o la cornamusa irlandese (uilleann pipe).
Nel caso una mamma umana non fosse comunque interessata a questo antipatico scambio, è bene sottolineare che vale la regola “prevenire è meglio che curare”: quindi non lodare o apprezzare troppo il proprio pargolo, ma soprattutto proteggere la culla in cui dorme sospendendovi un paio di forbici aperte (o un crocifisso benedetto).
Se invece il fattaccio è già avvenuto, prima di chiamare un esorcista per liberarsi di questo povero diavolo, è possibile scacciarlo utilizzando diversi metodi: lo si può costringere con l’astuzia a rivelare la sua vera età, oppure gli si può far bere un tè a base di “digitalis”, che rivelerà la sua natura fatata e lo rispedirà tra i suoi simili.
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lunedì 13 ottobre 2014

Coming Soon: Piccoli lettori crescono II ~ La vendetta!

Miei carissimi piccoli lettori,
Come promesso nell'articolo precedente del 26 settembre, le vostre """maestre lettrici""" si sono riunire e hanno discusso a lungo.. dopo tanto lavoro insieme e con l'immancabile supporto del Comune di Racconigi, abbiamo organizzato il nuovo ciclo di incontri targato PiccoliLettori! Siete contenti?? Si, certo che si!!!
Questo significa che a partire da Novembre ricominceremo a vederci tutti insieme in biblioteca il sabato pomeriggio, dalle 15 alle 17. L'invito è esteso a tutti i bimbi lettori che frequentano la terza, quarta e quinta elementare.
Quali sono le novità?
Siccome vi vogliamo tanto bene e vogliamo passare più  tempo con voi, abbiamo deciso che gli incontri saranno ben OTTO, di due ore ciascuno. Ma siccome non siete solo lettori, ma anche sportivi e viaggiatori, ci incontreremo con frequenza bisettimanale, cioè ogni DUE sabati. E ancora, siccome l'anno scorso ci avete stupite con effetti speciali perché avete partecipato in moltissimi (e noi siamo felicissimi di questo!!), per poter lavorare meglio quest'anno verrete suddivisi in quattro gruppi di lavoro. Altre novità??? Certo! Ovviamente è cambiato il tema e stiamo lavorando per proporvi tantissime e divertentissime attività.. volete sapere quali? No no, SORPRESAAAA!
Ah, un'ultima cosa.. ci vediamo presto, molto presto, prima di quanto possiate immaginare!!!

Serena
Chiara L.
Chiara C.
Beba
Giada

mercoledì 12 febbraio 2014

Le tre vecchie (I. Calvino)


C’erano una volta tre sorelle, giovani tutte e tre: una aveva sessantasette anni, l’altra settantacinque e la terza novantaquattro. Dunque queste ragazze avevano una casa con un bel terrazzino, e questo terrazzino in mezzo aveva un buco, per vedere la gente che passava in strada. Quella di novantaquattro anni vide passare un bel giovane, subito prese il suo fazzolettino più fino e profumato e mentre il giovane passava sotto 

il terrazzino lo lasciò cadere. Il giovane raccolse il fazzolettino, sentì quell’odore soave e pensò: «Dev’essere d’una bellissima fanciulla». Fece qualche passo, poi tornò indietro, e suonò la campanella di quella casa. Venne ad aprire una delle tre sorelle, e il giovane le chiese: – Per piacere, ci sarebbe una ragazza in questo palazzo?
- Signorsì, e non una sola!
- Mi faccia un piacere: io vorrei vedere quella che ha perduto questo fazzoletto.
- No, sa, non è permesso, – rispose quella, – in questo palazzo si usa che fin che una non è sposata, non la si può vedere.
- Il giovane s’era già tanto montato la testa immaginandosi la bellezza di questa ragazza, che disse: – Tanto è, tento basta. La sposerò anche senza vederla. Ora andrò da mia madre a dirle che ho trovato una bellissima giovane e la voglio sposare.
- Andò a casa, e raccontò tutto a sua madre, che gli disse: – Caro figlio, sta’ attento a quel che fai, ché non t’abbiano a ingannare. Prima di fare una cosa così bisogna pensarci bene.
- E lui: – Tanto è, tanto basta. Parola di Re non torna più indietro -. Perché quel giovane era un Re.
Torna a casa della sposa, suona il campanello e va su. Viene la solita vecchia e lui domanda: – In grazia, lei è sua nonna?
- E già, e già: sua nonna
- Dato che è sua nonna, mi faccia questo piacere: mi mostri almeno un dito di quella ragazza.
- Per ora no. Bisogna che venga domani.
Il giovane salutò e andò via. Appena egli fu uscito, le veccie fabbricarono un dito finto, con un dito di guanto e un’unghia posticcia. Intanto lui dal desiderio di veder questo dito, non riuscì a dormire la notte. Venne giorno, si vestì, corse alla casa.
- Padrona, – disse alla vecchia, – son qui: sono venuto per veder quel dito della mia sposa.
- Sì, sì, – disse lei, – subito, subito. Lo vedrà per questo buco della porta.
E la sposa mise fuori il finto dito dalla toppa. Il giovane vide che era un bellissimo dito; gli diede un bacio e gli mise un anello di diamanti. Poi, innamorato furioso, disse alla vecchia: – Lei sa, nonna, che io voglio sposare al più presto, non posso più aspettare.
E lei: – Anche domani, se vuole.
- Bene! E io sposo domani, parola di Re!
Ricchi com’erano, potevano far apparecchiare le nozze da un giorno all’altro, tanto non gli mancava niente, e il giorno dopo la sposa si preparava aiutata dalle sue sorelline. Arrivò il Re e disse: – Nonna, son qua.
- Aspetti un momento, che ora gliela accompagniamo.
E le due vecchie vennero tenendo sottobraccio la terza, coperta da sette veli. – Si ricordi bene, – dissero allo sposo, – che finché non sarete nella camera nuziale, non è permesso vederla.
Andarono in chiesa e si sposarono. Poi il Re voleva che si andasse a pranzo, ma le vecchie non permisero. – Sa, la sposa a queste cose non è abituata -. E il Re dovette tacere. Non vedeva l’ora che venisse la sera, per restare solo con la sposa. Ma le vecchie accompagnarono la sposa in camera e non lo lasciarono entrare perché avevano da spogliarla e metterla a letto. Finalmente lui entrò, sempre con le due vecchie dietro, e la sposa era sotto le coperte. Lui si spogliò e le vecchie se ne andarono portandogli via il lume. Ma lui si era portato in tasca una candela, l’accese e chi si trovò davanti? Una vecchia decrepita e grinzosa!
Dapprima restò immobile e senza parole dallo spavento, poi gli pigliò una rabbia, una rabbia, che afferrò la sposa di violenza, la sollevò, e la fece volar dalla finestra.
Sotto la finestra c’era il pergolato d’una vigna. La vecchia sfondò il pergolato e rimase appesa a un palo per un lembo della camicia da notte.
Quella notte tre Fate andavano a passeggio pei giardini: passando sotto il pergolato videro la vecchia penzoloni. A quello spettacolo inatteso, tutte e tre le fate scoppiarono a ridere, a ridere, a ridere, che alla fine le dolevano i fianchi. Ma quando ebbero riso ben bene, una di loro disse: – Adesso che abbiamo tanto riso alle sue spalle, bisogna che le diamo una ricompensa.
E una delle Fate fece: – Certo che gliela diamo. Comando, comando, che tu diventi la più bella giovane che si possa vedere con due occhi.
- Comando, comando, – disse un’altra Fata, – che tu abbia un bellissimo sposo che t’ami e ti voglia bene.
- Comando, comando, – disse la terza, – che tu sia una gran signora per tutta la vita.
E le tre Fate se ne andarono.
Appena venne giorno il Re si svegliò e si ricordò tutto. A sincerarsi che non fosse stato tutto un brutto sogno, aperse la finestra per vedere quel brutto mostro che aveva buttato giù la sera prima. Ed ecco che vede, posata sul pergolato della vigna, una bellissima giovane. Si mise le mani nei capelli.
- Povero me, cos’ho fatto! – Non sapeva come fare a tirarla su, alla fine prese un lenzuolo dal letto, gliene lanciò un capo perché s’aggrappasse, e la tirò su nella stanza. E quando l’ebbe vicina, felice e insieme pieno di rimorso, cominciò a chiederle perdono. La sposa gli perdonò e così stettero in buona compagnia.
- Dopo un po’ si sentì bussare. – E’ la nonna, – disse il Re. – Avanti, avanti!
La vecchia entrò e vide nel letto, al posto della sorella di novantaquattro anni, quella bellissima giovane. E questa bellissima giovane, come niente fosse, le disse: – Clementina, portami il caffè.
La vecchia si mise una mano sulla bocca per soffocare un grido di stupore; fece finta di niente, e le portò il caffè. Ma appena il Re se ne uscì per i suoi affari, corse dalla sposa e le chiese: – Ma com’è, com’è che sei diventata così giovane?
E la sposa: – Zitta, zitta, per carità! Sapessi cos’ho fatto! Mi sono fatta piallare!
- Piallare! Dimmi, dimmi! Da chi? Che mi voglio far piallare anch’io.
- Dal falegname!
La vecchia corse giù dal falegname. – Falegname, me la date una piallata?
E il falegname: – Oh, perbacco. Va bene che lei è secca come un asse, ma se la piallo va all’altro mondo.
- Non stateci a pensare, voi.
- E come: non ci penso? E quando l’avrò ammazzata?
- Non stateci a pensare, ho detto. Vi do un tallero.
Quando sentì dire “tallero” il falegname cambiò idea.
Prese il tallero e disse: – Si stenda qui sul banco che di piallate gliene do quante ne vuole, – e cominciò a piallare una ganascia.
La vecchia lanciò un urlo.
- E com’è? Se grida, non se ne fa niente.
Lei si voltò dall’altra parte, e il falegname le piallò l’altra ganascia. La vecchia non gridò più: era già morta stecchita.
Dell’altra non s’e mai saputo che fine abbia fatto. Se sia annegata, scannata, morta nel suo letto o chissà dove: non s’è riuscito a sapere.
E la sposa restò sola in casa col giovane Re, e sono stati sempre felici