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martedì 6 dicembre 2016

Piccoli Lettori Crescono Torna ancora in Biblioteca !

Ciao a tutti Piccoli Lettori!
Con un po' di ritardo vi do il Bentornati! Anche quest'anno è infatti ricominciato il ciclo di incontri organizzato dallo staff di Piccoli Lettori presso la biblioteca civica di Racconigi.
Quest'anno ( Siamo ormai alla IV Edizione !! ) parleremo di Fiabe e Racconti Popolari provenienti da tutto il Mondo. In Sei incontri (Sei incontri + La festa = ci vediamo 7 sabati pomeriggio) cercheremo di affrontare i temi più disparati, a partire dalla lettura di un racconto emblematico. Il piacere della lettura, La gentilezza, L'amore, La Sincerità, Il nostro rapporto con il Tempo che passa... Un denso programma fitto di letture e attività vi aspetta!
 
Come sempre ci troviamo anche quest'anno presso la Biblioteca Civica di Racconigi, il sabato pomeriggio, dalle ore 15.00 alle ore 17.00
Qui di seguito il calendario degli incontri:

sabato 12 novembre 2016
 
sabato 26 novembre 2016
 
sabato 10 dicembre 2016
 
sabato 17 dicembre 2016
 
sabato 14 gennaio 2017
 
sabato 28 gennaio 2017
 
sabato 11 febbraio 2017 (festa finale)
 
 
Vi aspettiamo in moltissimissimi!!
Serena
Chiara
Laura
Elisa
Idhar

lunedì 2 marzo 2015

Arrivederci piccoli lettori!

Ciao a tutti Piccoli Lettori!

Anche quest'anno il ciclo di incontri è giunto al termine, non senza un po' di dispiacere da parte delle vostre "maestre" che durante questi otto incontri vi hanno guidato nel mondo della mitologia e si sono affezionate tanto a voi. Per il secondo anno di fila il progetto "Piccoli Lettori Crescono" si è svolto regolarmente e ha riscosso abbastanza successo presso voi bambini; ne siamo molto felici! Per noi volontari del comune di Racconigi sono stati due piccoli grandi successi! Quando abbiamo stilato il progetto di questi incontri, a ottobre 2013 e settembre 2014 non pensavamo certo che a voi Piccoli questo ciclo di lezioni sarebbe piaciuto così tanto e che avreste partecipato così numerosi. Siamo stati ben lieti, infatti, di raccogliere le 120 adesioni quest'anno, e di accogliere una media di 40-50 Piccoli lettori ad ogni incontro.
L'esperienza che abbiamo vissuto insieme è stata estremamente formativa... non per voi Piccoli Lettori, ma per noi maestre! E' stato molto bello riscoprire insieme il mondo delle fiabe e degli antichi miti e insieme il Vostro mondo di bambini. Siamo stati molto felici di vedervi arrivare ogni sabato armati di entusiamo e di voglia di scoprire qualcosa di nuovo, voglia di ascoltarci, ma soprattutto di stare insieme, di fare un percorso insieme. Un percorso che certamente ci ha arricchito tutti, Piccoli Lettori e Grandi Lettori.
Speriamo che tutto il nostro lavoro sia stato da voi apprezzato e che vi siate divertiti almeno un pochino! Ma soprattutto speriamo di rivedervi il prossimo anno.. noi ci impegneremo sicuramente per reiterare il progetto e rinnovarlo con contenuti e modalità sempre nuovi. A proposito... noi volontari del comune di Racconigi saremmo ben contenti di sapere che cosa pensate di Piccoli Lettori, che cosa vi è piaciuto, e anche che cosa non vi è piaciuto, cosa possiamo riproporre nei prossimi cicli e che cosa invece andrebbe migliorato. Potete scriverci cosa ne pensate all'indirizzo e-mail piccolilettori.racconigi@gmail.com oppure lasciare un commento a qualunque post di questo blog. Leggeremo tutto quello che avrete da dirci e risponderemo sicuramente!

Nell'attesa delle vostre e-mail, vi lasciamo il programma completo suddiviso lezione per lezione su questo Blog (che continuerà ad essere aggiornato, non dimenticatevi l'indirizzo perché il prossimo anno continueremo a utilizzarlo!), potete rileggere i brani che abbiamo letto insieme durante i nostri incontri, oppure cercare letture nuove sull'argomento.. noi continueremo a proporvene ancora nei prossimi mesi.
infine vi consiglio di "ripassare" gli argomenti di ogni incontro perché saranno oggetto del Grande Gioco della festa finale! Quindi, mi raccomando, rileggete tutto bene!!!

In attesa di rivederci finalmente alla Festa dei Piccoli Lettori (per sapere QUANDO, COME e DOVE si svolgerà, fate affidamento alla sezione NEWS E NOTIZIE di questo stesso sito), vi salutiamo con un grande abbraccio!
Ciao Piccoli Lettori!
Non smettete MAI di leggere!

Serena
Giada
Chiara L.
Giulio
Chiara C.
(e tutti gli altri volontari che ci hanno assistito in questo bel percorso)


domenica 1 marzo 2015

Incontro VIII - Mitologia delle civiltà precolombiane - Racconto



L’origine del sole e della luna secondo un antico mito brasiliano
Una volta, tanto tempo fa, Sole se ne andò a caccia nella foresta e trovò due pappagalli così piccoli che non sapevano neanche volare. Le loro piume verdi erano talmente belle che il cacciatore decise di portarseli a casa e di regalarne uno a Luna, il suo compagno e amico. Ogni giorno Luna e Sole davano da mangiare ai pappagallini e insegnavano loro una parola nuova, finché gli uccelli diventarono grandi, forti e capaci di parlare come una persona. Un giorno, un pappagallo disse all’altro: «Sole e Luna mi fanno davvero pena. Tornano a casa stanchi e non hanno nessuno che pesti il mais per loro.» Ed ecco, un attimo dopo i due pappagalli si erano trasformati in ragazze dai lunghi capelli neri: una preparava da mangiare e l’altra stava di guardia, per paura che arrivasse qualcuno e le vedesse in quel nuovo aspetto. Verso sera Luna e Sole tornarono dalla caccia, e mentre si avvicinavano a casa sentirono uno strano rumore: pum-pum, pum-pum...Sole appoggiò l’orecchio a terra e disse:«Forse sono i passi di un animale che attraversa la foresta!» Il rumore diventava sempre più forte, sempre più forte, e quando i due cacciatori furono quasi sulla porta di casa, Luna esclamò: «Non è un animale! Sembra che qualcuno stia pestando il mais con forza, come se avesse una gran fretta.»«Hai ragione» disse Sole «in casa dev’esserci qualcuno, andiamo a vedere.» Ma nel momento stesso in cui entrarono, il rumore cessò: la capanna era vuota, a parte i due pappagalli appollaiati su un trespolo. «Guarda!» disse Sole. «Per terra ci sono impronte di piedi, ma chi può averle lasciate?» «E il mais è pronto» aggiunse Luna. «Chi lo avrà pestato? Qui ci sono solo i pappagalli, e, anche se volessero, non sarebbero capaci di fare una cosa simile.» Era proprio un mistero! Per quanto ci pensassero, Sole e Luna non riuscivano a trovare una soluzione. Il giorno dopo fu lo stesso: prima sentirono il rumore, poi trovarono le impronte di passi e il mais pestato. E intorno, nessuno. Allora decisero che avrebbero fatto finta di andare a caccia e si sarebbero nascosti accanto alle due porte di casa. Così, appena il solito pum, pum si fosse fatto sentire, si sarebbero precipitati dentro per sorprendere i misteriosi visitatori. E infatti, dopo un po’, ecco il rumore del bastone che batteva il mais, ecco voci e risate di ragazze! Sole e Luna entrarono di corsa, uno da una porta e uno dall’altra. In casa c’erano due bellissime ragazze dai capelli lucenti, che vedendosi scoperte abbassarono gli occhi.«Ecco chi ci preparava da mangiare! » disse Sole, rivolto alla più graziosa. «Ma chi siete, e da dove venite?»«Siamo i pappagalli, non l’hai ancora capito?» rispose la ragazza. «Ogni mattina ci trasformiamo in esseri umani e pestiamo il vostro mais, visto che non c’è una moglie a farlo per voi.»«Una moglie? Che buona idea!» disse Luna. «Non vi piacerebbe sposarci?» Così Sole e Luna si sposarono con le ragazze-uccello, e siccome la casa era troppo piccola per tutti e quattro, decisero che Sole e sua moglie l’avrebbero usata di notte, mentre gli altri due ci avrebbero vissuto durante il giorno.Ed è per questo che non li si vede mai insieme: perché quando uno se ne sta a casa l’altro va in giro.

domenica 25 gennaio 2015

Quarto incontro: mitologia Celtica - Chi trova un Leprechaun trova un tesoro (Racconto)


Thory era orfano di padre e di madre e lavorava nelle miniere di Foggy Hill. A lui toccava trasportare il carbone fino ai carri che sostavano fuori dal recinto. Così, con una vecchia carrettina sgangherata, andava tutto il giorno avanti e indietro, sotto il sole o sotto la pioggia, con il caldo o con il freddo, con la schiena piegata, le gambe stanche, le braccia a pezzi. Aveva iniziato quel lavoro da bambino e ora che aveva quindici anni, già non ne poteva più. Pensava che non avrebbe retto a lungo e i suoi compagni di lavoro non gli davano torto perchè Thory era diverso da tutti loro e possedeva qualcosa di speciale. Il suo aspetto era elegante nonostante indossasse vecchi cenci logori e il suo portamento era signorile nonostante le spalle incurvate per la fatica. Sapeva appena leggere e scrivere, ma spendeva tutta la sua misera paga in libri. Ne leggeva in gran quantità, di ogni tipo. Tutte le sere, chiuso nel suo tugurio si stendeva sul pagliericcio e leggeva a lume di candela. Leggendo leggendo, Thory acquisì un mucchio di conoscenze in ogni campo. Si interessò soprattutto di fate e folletti e queste creature divennero suoi migliori amici. Di giorno ne parlava ai suoi colleghi e di sera si rivolgeva a loro in colloqui immaginari. Era affascinato in particolare dai Leprecauni che i suoi libri descrivevano come omini piccoli piccoli che abitavano in casupole nelle radici degli alberi e facevano i ciabattini, anche se fabbricavano solo scarpe sinistre, mentre al piede destro indossavano solo una calza rossa. I Leprecauni erano molto ricchi, ognuno di loro possedeva, nascosta chissà dove, una pentola piena di schegge d’oro. Thory pensò che anche solo qualche scheggia d’oro sarebbe stata sufficiente a comprare una casa, un podere e qualche mucca e a toglierlo così per sempre dalla miseria e dalla miniera. Ma come trovarle, senza un Leprecauno disposto a indicargli il nascondiglio segreto della pentola? Allora si fece prestare una lente d’ingrandimento e adottò un segugio che aveva perso il suo padrone e Iniziò così a perlustrare tutte le foreste della zona centimetro per centimetro. Ogni albero era ispezionato con attenzione, mentre il cane si occupava delle radici, Thory controllava con la lente tutte le fessure della corteccia. Ogni macchia rossa nel sottobosco gli sembrava un cappello e a ogni piccolo rumore credeva di essere vicino alla botteguccia del ciabattino. Nonostante tutti questi sforzi, Thory non trovò niente. Cominciò allora ad uscire nei boschi anche di notte sperando di incontrare i folletti usciti per danzare al chiaro di luna, ma non servì a nulla. Povero Thory! I compagni di miniera pensarono che fosse uscito fuori di senno e lui stesso non trovava più pace. Ma ecco che un giorno, quando meno se l’aspettava, accadde l’incredibile. Come sempre era intento a trasportare la sua carriola avanti e indietro ed era così stanco che camminava come una lumaca e davanti agli occhi aveva sempre i suoi leprecauni e per questo inciampava e sbandava e non ascoltava neanche le voci di chi gli diceva di fare attenzione. A un tratto, tra gli schiamazzi generali, udì una vocina flebile flebile che diceva:- quando ti degnerai di darmi retta? Non ne posso più di tutto questo carbone, finirò per rovinarmi i polmoni e morire in questa carriola se non ti giri! E quando infine si voltò, vide un omino tutto nero di carbone agitarsi nella carriola e stentò a riconoscerlo:- Ma tu chi sei? – Chi sono io? Non ti sono serviti proprio a niente tutti quei libri che hai letto! Mi hai cercato dappertutto e ora che ti sto davanti non mi riconosci? Thory non credeva alle proprie orecchie e per l’emozione gli si attorcigliava la lingua e le parole gli si strozzavano in gola. _ Sì mio caro, sono un Leprecauno e ti cerco da almeno qualche secolo. Le nostre tris-tristrisavole erano sorelle e noi siamo cugini di non so più quale grado! Questo era davvero troppo! Parente di un Leprecauno? Possibile mai? Con mano tremante Thory raccolse l’omino e lasciò la miniera in pieno giorno. Quella faccenda era troppo strana, voleva vederci chiaro. I compagni, osservandolo andar via bianco come un cencio e con in mano un mucchietto di carbone pensarono che fosse ammattito del tutto! E invece… arrivato al tugurio di Thory il Leprecauno si ripulì, si sfamò con un po’ di latte e raccontò al cugino la sua vita e le parentele che li univano. Il folletto si commosse nel vedere in quale miseria vivesse il cugino e senza aspettare che questi parlasse del tesoro , gli disse:- Come sai, ogni Leprecauno possiede un gruzzolo di monete d’oro che gli viene donato poco per volta, di anno in anno, nella notte di Ognissanti. Poiché nelle tue vene scorre sangue fatato, anche tu hai diritto alla tua porzione di oro magico. Quest’anno verrai con me alla radura fatata e ti prenderai ciò che ti spetta. Anche se mancavano solo pochi giorni, a Thory quella notte sembrava non arrivare mai, poi finalmente, la sera della vigilia, il Leprecauno lo condusse nel folto della foresta, nei pressi di un laghetto che si apriva dietro un enorme cespuglio reso ancora più grande dalle tenebre della notte. Era un luogo meraviglioso che Thory, pur conoscendo il bosco come le sue tasche, non aveva mai visto prima. I raggi di luna danzavano sullo splendido specchio d’acqua facendo mille figure con i riflessi argentati, gli uccellini della foresta, assiepati sui rami degli alberi, facevano da musicisti coi loro canti e gli animali convenuti sulla riva si gustavano estasiati le danze. Alla prima pausa, il Leprecauno e Thory fecero tre inchini, avanzarono di tre passi e si chinarono per tre volte a raccogliere nel palmo della mano un po’ d’acqua per lavarsi il viso. Era il rito della purificazione necessario per accedere alla radura incantata la notte successiva. Fatti altri tre inchini, i due si ritirarono e Thory fu sorpreso di vedere dietro di loro una lunga fila di leprecauni in attesa di purificarsi. L’indomani, verso il tramonto, Thory e il folletto attraversarono la strada principale del paese, giunsero alla piazza, presero a destra, a sinistra e poi ancora a destra mentre la strada si faceva sempre più ripida. Alla quarta curva arrivarono a un abbeveratoio che Thory non ricordava di aver mai visto. Bevvero tre sorsi d’acqua e ripresero il cammino, ma da quel punto in poi, Thory proseguì come un sonnambulo dietro le orme del folletto, finchè giunsero a una radura. Qui gli occhi del giovane tornarono ad a aprirsi. Era notte, ma il paesaggio era illuminato a giorno da una luna splendente. Erano circondati da pioppi alti e fruscianti e nel mezzo sorgeva un gigantesco biancospino dai fiori candidi e rilucenti. Il loro profumo attrasse come per magia i due visitatori ai piedi del cespuglio che, chinato un ramo, li accolse nei petali di due corolle. Thory si ritrovò così nel fortino dei leprecauni fatto di tante stanze, tutte splendenti d’oro. Il folletto lo guido al camerino dove c’era il tesoro che lo aspettava da secoli: tre monete d’oro lucenti e grandi come una padella. Thory si chinò per raccogliere il primo pezzo d’oro e quando lo accostò al sacchetto, la moneta si trasformò in una meravigliosa cascata d’oro e lo stesso accadde con le altre due: piovvero così tante schegge d’oro che la saccoccia di Thory dovette dividersi magicamente in almeno altri venti sacchetti e altrettanto magicamente il giovedì riuscì a caricarsi tutto quell’oro e a portarlo fuori. Appena usciti dal biancospino il folletto disse addio al cugino. Doveva rientrare alla sua casina entro mezzanotte per depositare la sua parte d’oro e la strada era lunga e aveva solo pochi minuti, così sparì all’improvviso e Thory si ritrovò solo e spaesato. Eppure, lasciò che i piedi andassero da soli, imbroccò la strada giusta e giunse sano e salvo al suo tugurio che quasi non conteneva tutto quell’oro. Da quel giorno Thory divenne un uomo ricco e stimato e in paese tutti impararono il valore inestimabile della cultura e quanto i libri possano arricchire la vita di un uomo.

lunedì 13 ottobre 2014

Coming Soon: Piccoli lettori crescono II ~ La vendetta!

Miei carissimi piccoli lettori,
Come promesso nell'articolo precedente del 26 settembre, le vostre """maestre lettrici""" si sono riunire e hanno discusso a lungo.. dopo tanto lavoro insieme e con l'immancabile supporto del Comune di Racconigi, abbiamo organizzato il nuovo ciclo di incontri targato PiccoliLettori! Siete contenti?? Si, certo che si!!!
Questo significa che a partire da Novembre ricominceremo a vederci tutti insieme in biblioteca il sabato pomeriggio, dalle 15 alle 17. L'invito è esteso a tutti i bimbi lettori che frequentano la terza, quarta e quinta elementare.
Quali sono le novità?
Siccome vi vogliamo tanto bene e vogliamo passare più  tempo con voi, abbiamo deciso che gli incontri saranno ben OTTO, di due ore ciascuno. Ma siccome non siete solo lettori, ma anche sportivi e viaggiatori, ci incontreremo con frequenza bisettimanale, cioè ogni DUE sabati. E ancora, siccome l'anno scorso ci avete stupite con effetti speciali perché avete partecipato in moltissimi (e noi siamo felicissimi di questo!!), per poter lavorare meglio quest'anno verrete suddivisi in quattro gruppi di lavoro. Altre novità??? Certo! Ovviamente è cambiato il tema e stiamo lavorando per proporvi tantissime e divertentissime attività.. volete sapere quali? No no, SORPRESAAAA!
Ah, un'ultima cosa.. ci vediamo presto, molto presto, prima di quanto possiate immaginare!!!

Serena
Chiara L.
Chiara C.
Beba
Giada

mercoledì 12 febbraio 2014

Le tre vecchie (I. Calvino)


C’erano una volta tre sorelle, giovani tutte e tre: una aveva sessantasette anni, l’altra settantacinque e la terza novantaquattro. Dunque queste ragazze avevano una casa con un bel terrazzino, e questo terrazzino in mezzo aveva un buco, per vedere la gente che passava in strada. Quella di novantaquattro anni vide passare un bel giovane, subito prese il suo fazzolettino più fino e profumato e mentre il giovane passava sotto 

il terrazzino lo lasciò cadere. Il giovane raccolse il fazzolettino, sentì quell’odore soave e pensò: «Dev’essere d’una bellissima fanciulla». Fece qualche passo, poi tornò indietro, e suonò la campanella di quella casa. Venne ad aprire una delle tre sorelle, e il giovane le chiese: – Per piacere, ci sarebbe una ragazza in questo palazzo?
- Signorsì, e non una sola!
- Mi faccia un piacere: io vorrei vedere quella che ha perduto questo fazzoletto.
- No, sa, non è permesso, – rispose quella, – in questo palazzo si usa che fin che una non è sposata, non la si può vedere.
- Il giovane s’era già tanto montato la testa immaginandosi la bellezza di questa ragazza, che disse: – Tanto è, tento basta. La sposerò anche senza vederla. Ora andrò da mia madre a dirle che ho trovato una bellissima giovane e la voglio sposare.
- Andò a casa, e raccontò tutto a sua madre, che gli disse: – Caro figlio, sta’ attento a quel che fai, ché non t’abbiano a ingannare. Prima di fare una cosa così bisogna pensarci bene.
- E lui: – Tanto è, tanto basta. Parola di Re non torna più indietro -. Perché quel giovane era un Re.
Torna a casa della sposa, suona il campanello e va su. Viene la solita vecchia e lui domanda: – In grazia, lei è sua nonna?
- E già, e già: sua nonna
- Dato che è sua nonna, mi faccia questo piacere: mi mostri almeno un dito di quella ragazza.
- Per ora no. Bisogna che venga domani.
Il giovane salutò e andò via. Appena egli fu uscito, le veccie fabbricarono un dito finto, con un dito di guanto e un’unghia posticcia. Intanto lui dal desiderio di veder questo dito, non riuscì a dormire la notte. Venne giorno, si vestì, corse alla casa.
- Padrona, – disse alla vecchia, – son qui: sono venuto per veder quel dito della mia sposa.
- Sì, sì, – disse lei, – subito, subito. Lo vedrà per questo buco della porta.
E la sposa mise fuori il finto dito dalla toppa. Il giovane vide che era un bellissimo dito; gli diede un bacio e gli mise un anello di diamanti. Poi, innamorato furioso, disse alla vecchia: – Lei sa, nonna, che io voglio sposare al più presto, non posso più aspettare.
E lei: – Anche domani, se vuole.
- Bene! E io sposo domani, parola di Re!
Ricchi com’erano, potevano far apparecchiare le nozze da un giorno all’altro, tanto non gli mancava niente, e il giorno dopo la sposa si preparava aiutata dalle sue sorelline. Arrivò il Re e disse: – Nonna, son qua.
- Aspetti un momento, che ora gliela accompagniamo.
E le due vecchie vennero tenendo sottobraccio la terza, coperta da sette veli. – Si ricordi bene, – dissero allo sposo, – che finché non sarete nella camera nuziale, non è permesso vederla.
Andarono in chiesa e si sposarono. Poi il Re voleva che si andasse a pranzo, ma le vecchie non permisero. – Sa, la sposa a queste cose non è abituata -. E il Re dovette tacere. Non vedeva l’ora che venisse la sera, per restare solo con la sposa. Ma le vecchie accompagnarono la sposa in camera e non lo lasciarono entrare perché avevano da spogliarla e metterla a letto. Finalmente lui entrò, sempre con le due vecchie dietro, e la sposa era sotto le coperte. Lui si spogliò e le vecchie se ne andarono portandogli via il lume. Ma lui si era portato in tasca una candela, l’accese e chi si trovò davanti? Una vecchia decrepita e grinzosa!
Dapprima restò immobile e senza parole dallo spavento, poi gli pigliò una rabbia, una rabbia, che afferrò la sposa di violenza, la sollevò, e la fece volar dalla finestra.
Sotto la finestra c’era il pergolato d’una vigna. La vecchia sfondò il pergolato e rimase appesa a un palo per un lembo della camicia da notte.
Quella notte tre Fate andavano a passeggio pei giardini: passando sotto il pergolato videro la vecchia penzoloni. A quello spettacolo inatteso, tutte e tre le fate scoppiarono a ridere, a ridere, a ridere, che alla fine le dolevano i fianchi. Ma quando ebbero riso ben bene, una di loro disse: – Adesso che abbiamo tanto riso alle sue spalle, bisogna che le diamo una ricompensa.
E una delle Fate fece: – Certo che gliela diamo. Comando, comando, che tu diventi la più bella giovane che si possa vedere con due occhi.
- Comando, comando, – disse un’altra Fata, – che tu abbia un bellissimo sposo che t’ami e ti voglia bene.
- Comando, comando, – disse la terza, – che tu sia una gran signora per tutta la vita.
E le tre Fate se ne andarono.
Appena venne giorno il Re si svegliò e si ricordò tutto. A sincerarsi che non fosse stato tutto un brutto sogno, aperse la finestra per vedere quel brutto mostro che aveva buttato giù la sera prima. Ed ecco che vede, posata sul pergolato della vigna, una bellissima giovane. Si mise le mani nei capelli.
- Povero me, cos’ho fatto! – Non sapeva come fare a tirarla su, alla fine prese un lenzuolo dal letto, gliene lanciò un capo perché s’aggrappasse, e la tirò su nella stanza. E quando l’ebbe vicina, felice e insieme pieno di rimorso, cominciò a chiederle perdono. La sposa gli perdonò e così stettero in buona compagnia.
- Dopo un po’ si sentì bussare. – E’ la nonna, – disse il Re. – Avanti, avanti!
La vecchia entrò e vide nel letto, al posto della sorella di novantaquattro anni, quella bellissima giovane. E questa bellissima giovane, come niente fosse, le disse: – Clementina, portami il caffè.
La vecchia si mise una mano sulla bocca per soffocare un grido di stupore; fece finta di niente, e le portò il caffè. Ma appena il Re se ne uscì per i suoi affari, corse dalla sposa e le chiese: – Ma com’è, com’è che sei diventata così giovane?
E la sposa: – Zitta, zitta, per carità! Sapessi cos’ho fatto! Mi sono fatta piallare!
- Piallare! Dimmi, dimmi! Da chi? Che mi voglio far piallare anch’io.
- Dal falegname!
La vecchia corse giù dal falegname. – Falegname, me la date una piallata?
E il falegname: – Oh, perbacco. Va bene che lei è secca come un asse, ma se la piallo va all’altro mondo.
- Non stateci a pensare, voi.
- E come: non ci penso? E quando l’avrò ammazzata?
- Non stateci a pensare, ho detto. Vi do un tallero.
Quando sentì dire “tallero” il falegname cambiò idea.
Prese il tallero e disse: – Si stenda qui sul banco che di piallate gliene do quante ne vuole, – e cominciò a piallare una ganascia.
La vecchia lanciò un urlo.
- E com’è? Se grida, non se ne fa niente.
Lei si voltò dall’altra parte, e il falegname le piallò l’altra ganascia. La vecchia non gridò più: era già morta stecchita.
Dell’altra non s’e mai saputo che fine abbia fatto. Se sia annegata, scannata, morta nel suo letto o chissà dove: non s’è riuscito a sapere.
E la sposa restò sola in casa col giovane Re, e sono stati sempre felici

Giovannin senza paura (I. Calvino)

C'era una volta un ragazzetto chiamato Giovannin senza paura, perché non aveva paura di niente. Girava per il mondo e capitò a una locanda a chiedere alloggio. - Qui posto non ce n'è, - disse il padrone, - ma se non hai paura ti mando in un palazzo.
- Perché dovrei aver paura?
-Perché ci si sente, e nessuno ne è potuto uscire altro che morto. La mattina ci va la Compagnia con la bara a prendere chi ha avuto il coraggio di passarci la notte.
Figuratevi Giovannino! Si portò un lume, una bottiglia e una salsiccia, e andò.
Amezzanotte mangiava seduto a tavola, quando dalla cappa del camino sentí una voce: - Butto?
E Giovannino rispose: - E butta!
Dal camino cascò giú una gamba d'uomo. Giovannino bevve un bicchier di vino.
Poi la voce disse ancora: - Butto?
E Giovannino: - E butta! - e venne giú un'altra gamba. Giovannino addentò la salciccia.
- Butto?
- butta! - e viene giú un braccio. Giovannino si mise a fischiettare.
- Butto?
- E butta! - un altro braccio.
- Butto?
- Butta!
E cascò un busto che si riappiccicò alle gambe e alle braccia, e restò un uomo in piedi senza testa.
- Butto?
- Butta!
Cascò la testa e saltò in cima al busto. Era un omone gigantesco, e Giovannino alzò il bicchiere e disse: - Alla salute!
L'omone disse: - Piglia il lume e vieni.       
Gíovannino prese il lume ma non si mosse. - Passa avanti! - disse l'uomo.
Passa tu, - disse Giovannino.
Tu! - disse l'uomo.
Tu! - disse Giovannino.
Allora l'uomo passò lui e una stanza dopo l'altra traversò il palazzo, con Giovannino dietro che faceva lume. In un sottoscala c'era una porticina.
Apri! - disse l'uomo a Giovannino. E Giovannino: - Apri tu!
E l'uomo aperse con una spallata.
C'era una scaletta a chiocciola
- Scendi, - disse l'uomo.
- Scendi prima tu, - disse Giovannino.
Scesero in un sotterraneo, e l'uomo indicò una lastra in terra. - Alzala!
-Alzala tu! - disse Giovannino, e l'uomo la sollevò come fosse stata una pietruzza.
Sotto c'erano tre marmitte d'oro. - Portale su! - disse l'uomo. - Portale su tu! - disse Giovannino. E l'uomo se le portò su una per volta.
Quando furono di nuovo nella sala del camino, l'uomo disse: - Giovannino, l'incanto è rotto! - Gli si staccò una gamba e scaldò via, su per il carnino. - Di queste marmitte una è per te, - e gli si staccò un braccio e s'arrampicò per il camino. - Un'altra è per la Compagnia che ti verrà a prendere credendoti morto, - e gli si staccò anche l'altro braccio e inseguí il primo. - La terza è per il primo povero che passa, - gli si staccò l'altra gamba e rimase seduto per terra. - Il palazzo tientelo pure tu, - e gli si staccò il busto e rimase solo la testa posata in terra. - Perché dei padroni di questo palazzo, è perduta per sempre ormai la stirpe, - e la testa si sollevò e salí per la cappa del camino.
Appena schiarí il cielo, si sentí un canto: Miserere meí, miserere meí, ed era la Compagnia con la bara che veniva a prendere Giovannino morto. E lo vedono alla finestra che fumava la pipa.
Giovannin senza paura con quelle monete d'oro fu ricco e abitò felice nel palazzo. Finché un giorno non gli successe che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morí.